Meloni frena sull'invio di sminatori in Ucraina, sì a mezzi tecnologici

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il governo italiano, riunito a Palazzo Chigi per valutare le iniziative da intraprendere in merito al conflitto in Ucraina, ha scelto una linea di netta prudenza, escludendo categoricamente – come del resto era nell’aspettativa generale – l’invio di truppe sul terreno. La riunione, alla quale hanno preso parte la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini insieme al ministro della Difesa Guido Crosetto, ha invece orientato la discussione verso un supporto di tipo tecnologico e satellitare, rinviando a un eventuale futuro qualsiasi ipotesi che preveda l’impiego di personale militare italiano in funzioni di sminamento, un’attività che comporta rischi elevatissimi e che richiede una preparazione specialistica.

La posizione dell’esecutivo, per quanto riguarda il cosiddetto peacekeeping, appare quindi chiara e definita, e si allinea a quel sentimento di cautela che caratterizza l’approccio italiano alla crisi ucraina sin dal suo esordio. Nonostante il linguaggio volutamente ottimistico del comunicato stampa diffuso a fine incontro, che accenna a «opportunità di dialogo verso una pace giusta», l’offensiva russa di ieri notte ha reso evidente a tutti i partecipanti l’utopia di un cessate il fuoco imminente, allontanando drammaticamente ogni prospettiva negoziale nel breve periodo.

La scelta di privilegiare l’uso di aerei-radar e satelliti, piuttosto che lo spiegamento di boots on the ground, riflette una precisa volontà strategica: contribuire alla sicurezza di Kiev senza esporre direttamente il personale nazionale a potibili rappresaglie o a essere coinvolto in incidenti internazionali, mantenendo al contempo un ruolo attivo all’interno del dialogo atlantico. Una linea, questa, che sembra trovare un consenso trasversale all’interno della maggioranza, superando le pur evidenti divergenze di tono e di linguaggio emerse nelle scorse ore.

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