Istat, deficit al 3,1% nel 2025: il Pil cresce solo dello 0,5% e l’Italia resta in procedura Ue
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Redazione Economia
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Gli occhi degli operatori finanziari, è pur vero, sono in larga parte concentrati sulle turbolenze internazionali e sulle prime ripercussioni economiche dei nuovi equilibri geopolitici che vedono, tra l’altro, Donald Trump nuovamente alla guida degli Stati Uniti. Tuttavia, i numeri freschi di stampa diffusi dall’Istituto nazionale di statistica riguardanti l’andamento del Pil e dei conti pubblici italiani nell’arco del 2025 meritano un’analisi approfondita, lontana dalle facili semplificazioni. L’Istat ha fotografato un’economia che cresce, sì, ma a rilento: il Prodotto interno lordo, al netto della revisione al ribasso rispetto alle stime preliminari di gennaio che lo davano a +0,7%, si è attestato a un +0,5%. Una performance che allinea il dato effettivo alle previsioni governative contenute nel Documento programmatico di finanza pubblica dello scorso ottobre, ma che non basta a dissipare del tutto le nubi all’orizzonte.
È il dato sull’indebitamento netto, il celeberrimo deficit, a catalizzare le attenzioni maggiori, specialmente in una fase in cui la disciplina di bilancio imposta dai nuovi parametri europei torna centrale. Il rapporto tra deficit e Pil si è fermato al 3,1%, segnando un miglioramento rispetto al 3,4% del 2024 ma mancando di un soffio, un decimale per la precisione, quell’ambito 3% che avrebbe rappresentato non solo un traguardo simbolico ma una condizione tecnica per richiedere l’uscita dalla procedura Ue per deficit eccessivo. Un esito, questo, che costringe l’Italia a rimanere nel mirino delle attenzioni di Bruxelles, con tutte le conseguenze del caso in termini di flessibilità di spesa.
Giorgetti e il nodo Superbonus, dati ancora provvisori
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ascoltato il responso dell’Istituto di statistica, ha subito tenuto a precisare la natura ancora non definitiva dei numeri diffusi, sottolineando come si tratti di un dato provvisorio in attesa delle comunicazioni formali che l’Italia invierà all’Unione Europea. L’Istat stessa, del resto, nella nota che accompagna le stime, rammenta come il Conto consolidato delle Amministrazioni pubbliche sia suscettibile di modifiche fino alla notifica di aprile a Eurostat, fissata per legge al 31 marzo, e oltre. Ciononostante, il titolare del Mef non ha esitato a individuare quella che, a suo avviso, rappresenta la causa principale di questo scostamento: un colpo di coda del Superbonus legato agli interventi nei condomini, che avrebbe inciso negativamente sui saldi di fine anno.
Al di là delle dichiarazioni politiche, che pure infiammano il dibattito tra i partiti, l’analisi dei numeri rivela una dinamica complessa. Il debito pubblico, intanto, continua la sua corsa, salendo al 137,1% del Pil, in aumento rispetto al 134,7% dell’anno precedente. Un’altra voce che preoccupa è quella della pressione fiscale, cresciuta di ben sette decimi di punto, a testimonianza di uno sforzo richiesto ai contribuenti che non ha comunque permesso di centrare l’obiettivo di rientro sotto la soglia magica. La spesa per interessi, inoltre, ha continuato a lievitare, assorbendo risorse che altrimenti potrebbero essere destinate ad altri capitoli.
Domanda interna trainante, ma export in affanno
Analizzando le componenti che hanno sostenuto questo mezzo punto di crescita, emerge un quadro a tinte forti, con luci e ombre ben definite. La domanda interna al netto delle scorte ha fornito un contributo positivo di un punto e mezzo percentuale, segno che i consumi delle famiglie e, soprattutto, gli investimenti fissi lordi – cresciuti in volume del 3,5% – hanno retto l’urto di un contesto internazionale complesso. In particolare, il settore delle costruzioni ha mostrato una vitalità notevole, con un aumento del valore aggiunto del 2,4%, trascinando con sé anche l’occupazione: le unità di lavoro, complice forse la spinta residua dei bonus edilizi, sono aumentate dell’1,3% sull’anno.
Di segno opposto, invece, l’apporto del commercio con l’estero. La domanda estera netta ha giocato un ruolo negativo, sottraendo sette decimi di punto alla crescita. Le esportazioni di beni e servizi, infatti, sono aumentate solo dell’1,2%, un passo troppo lento rispetto alla vivacità delle importazioni, cresciute del 3,6%. Un’inversione di tendenza, questa, che potrebbe essere letta come un indebolimento della competitività del made in Italy sui mercati globali, o forse come un riflesso di una domanda mondiale meno frizzante del previsto.
Lavoro e redditi: crescita nominale, ma con qualche ombra
Sul versante del lavoro, l’anno appena concluso ha registrato alcuni miglioramenti, seppur con differenze marcate tra i vari settori. I redditi da lavoro dipendente sono aumentati del 3,8% in termini nominali, una crescita che ha interessato in modo particolare i comparti delle costruzioni e dei servizi. Le retribuzioni lorde per unità di lavoro equivalente, nello specifico, hanno segnato un +2,6% medio, con punte del 4,7% proprio nelle costruzioni, a riprova di un settore in cerca di manodopera specializzata.
Tuttavia, a gettare un’ombra su questo quadro apparentemente positivo, c’è il dato sull’agricoltura, che ha visto una flessione del valore aggiunto e una contrazione delle retribuzioni. Inoltre, l’aumento dell’occupazione – trainato soprattutto dal lavoro indipendente (+1,8%) più che da quello dipendente (+1,0%) – potrebbe celare forme di precarietà o di lavoro a bassa intensità. La fotografia scattata dall’Istat, insomma, è quella di un Paese che continua a camminare, ma con un passo incerto, zavorrato da un debito pubblico mastodontico e da una pressione fiscale che lascia poco spazio agli slanci, mentre lo spettro della procedura d’infrazione continua ad aleggiare sul confronto con le istituzioni europee.




