I banchieri di Wall Street tornano a volare: sei ceo incassano 250 milioni di dollari nel 2025

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’adagio che vuole il “mercato toro” generare stipendi da “mercato toro” trova puntuale riscontro nei numeri comunicati in queste settimane dai colossi del credito americano. I sei amministratori delegati delle principali banche quotate a Wall StreetJPMorgan Chase, Bank of America, Citigroup, Goldman Sachs, Wells Fargo e Morgan Stanley — hanno complessivamente portato a casa, per l’anno fiscale 2025, una cifra che supera abbondantemente i 250 milioni di dollari. Un dato emerso dalle relazioni finanziarie depositate presso la Securities and Exchange Commission e rilanciato dal Financial Times, che certifica il ritorno a livelli di remunerazione che non si vedevano dalla vigilia della crisi dei mutui subprime, ormai quasi vent’anni fa.

A osservare le singole buste paga, ciò che colpisce non è soltanto l’ammontare complessivo, quanto l’omogeneità dei rialzi: tutti e sei i banchieri si collocano abbondantemente sopra la soglia dei 40 milioni di dollari, con incrementi percentuali a doppia cifra rispetto al 2024. Il più pagato risulta David Solomon di Goldman Sachs, il cui compenso è balzato a 47 milioni di dollari, trainato da un’impennata del Titolo del 57% e da un ritorno massiccio delle operazioni di fusione e acquisizione che hanno visto la banca d’affari tornare protagonista -10. Subito dietro, a 45 milioni, troviamo Ted Pick di Morgan Stanley, premiato per utili netti record che hanno sfiorato i 17 miliardi -6. Jamie Dimon, il decano dei banchieri americani alla guida di JPMorgan, ha visto il suo pacchetto salire a 43 milioni, un aumento del 10% motivato dal board con la “solida performance” e la “struttura patrimoniale da fortezza” dell’istituto -7. Jane Fraser, numero uno di Citigroup, ha incassato 42 milioni, un quarto in più rispetto all’anno precedente, una cifra che inra anche un sostanzioso bonus di “fedeltà” da 25 milioni erogato in autunno, una mossa che non ha mancato di sollevare qualche critica per i tempi e la misura -8. Brian Moynihan di Bank of America si attesta a 41 milioni, mentre Charlie Scharf di Wells Fargo chiude la classifica con 40 milioni, un incremento del 28% legato al definitivo superamento delle restrizioni patrimoniali che avevano a lungo limitato la banca californiana dopo lo scandalo dei conti fasulli -2.

La composizione dei pacchetti e il ritorno del *carried interest*

Osservando la composizione di questi compensi, emerge una chiara tendenza a privilegiare la componente variabile e azionaria, con l’obiettivo dichiarato di allineare gli interessi dei manager con quelli degli azionisti nel lungo periodo. La parte fissa dello stipendio rimane per tutti una voce minoritaria, spesso inferiore ai due milioni di dollari. Il grosso della remunerazione arriva sotto forma di bonus in contanti, azioni a lungo termine e, in alcuni casi, di performance share units il cui valore è legato al raggiungimento di obiettivi pluriennali. Nel caso di Goldman Sachs, per esempio, spicca l’inclusione di 3,4 milioni di dollari a titolo di carried interest, una forma di compenso tipica dei fondi di private equity che lega la retribuzione ai profitti generati da determinati fondi gestiti dalla banca -1. Una scelta, questa, pensata per non perdere i talenti del settore del risparmio gestito, un mercato sempre più competitivo, e per legare a doppio filo i vertici alla performance di specifici rami d’azienda.

I motivi del boom: operazioni straordinarie e regole più morbide

A sostenere questi numeri da capogiro è stato un contesto di mercato eccezionalmente favorevole. Le azioni delle sei banche sono cresciute in media del 42% nel corso del 2025, sospinte da una ripresa vivace dell’investment banking: le fusioni e acquisizioni sono tornate a fluire copiose e le quotazioni in Borsa hanno registrato un’impennata. Ma a giocare un ruolo altrettanto cruciale è stato il clima regolatorio. La nuova amministrazione Trump, insediatasi alla Casa Bianca, ha infatti allentato diversi vincoli introdotti dopo il 2008, concedendo maggiore leva finanziaria agli istituti e riducendo la rigidità degli stress test. Citigroup, per esempio, ha beneficiato di questo nuovo corso portando a termine oltre l’80% di una ristrutturazione mastodontica che l’ha resa il titolo bancario con la migliore performance dell’anno -1. Wells Fargo, dal canto suo, ha finalmente visto cadere il tetto di 2.000 miliardi di dollari agli attivi che la Fed le aveva imposto dopo lo scandalo dei conti fasulli, una rimozione che ha spianato la strada a una crescita finalmente senza vincoli.

Il confronto con gli stipendi medi e il significato del divario

Se per i banchieri il 2025 è stato un anno d’oro, il dato assume contorni ancora più netti se confrontato con la dinamica dei salari del resto dei lavoratori americani. L’analista Mike Mayo, da tempo attento osservatore del settore, ha parlato di “bull market banking, bull market pay”, sottolineando come gli istituti non si limitino più a sopravvivere alle regole, ma prosperino grazie al loro parziale smantellamento -1. Le retribuzioni dei vertici, che già nel 2024 valevano in media 298 volte quelle dei dipendenti medi delle rispettive banche, sono destinate ad allargare ulteriormente questa forbice. Un paradosso solo apparente, visto che mentre Wall Street festeggia utili da record e pacchetti retributivi sempre più creativi — che mescolano bonus cash, azioni e carried interest — il resto dell’economia reale continua a fare i conti con un potere d’acquisto eroso dall’inflazione e con una crescita salariale che procede a rilento. I milioni che piovono sui ceo raccontano, in definitiva, che il ciclo d’oro della finanza americana è tutt’altro che concluso, e che la distanza tra i piani alti dei grattacieli di Manhattan e gli sportelli diffusi nel paese continua ad ampliarsi.

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