Guerra all’Iran, i conti mostruosi di Wall Street: 25 miliardi di utili in tre mesi grazie alla volatilità

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il boato delle bombe in Medio Oriente si trasforma, a Manhattan, nel tintinnio metallico dei milioni che cascano nei conti correnti delle grandi banche d’affari. Mentre il conflitto contro l’Iran inasprisce la crisi energetica e la Casa Bianca minaccia rappresaglie sempre più dure, gli istituti di credito statunitensi hanno appena chiuso un primo trimestre del 2026 che passerà alla storia per l’avidità degli utili. JPMorgan Chase, Citigroup, Goldman Sachs e Wells Fargo hanno infatti registrato, stando ai dati diffusi nei giorni scorsi, profitti aggregati superiori ai 25 miliardi di dollari in appena tre mesi. Un bottino che dimostra come, per la finanza, l’instabilità globale non sia affatto una catastrofe, bensì la materia prima più redditizia del decennio.

La “tempesta perfetta” dei mercati e il paradosso del rischio

A scatenare la macchina da soldi non è stata la solidità dell’economia reale – che anzi mostra crepe profonde – ma il caos geopolitico generato dalla chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz. Quest’ultimo, lo ricordiamo, è il passaggio obbligato per un quinto del petrolio mondiale, e la sua paralisi ha fatto schizzare il greggio oltre i 120 dollari al barile. In questo scenario di panico, il mestiere dei trader è diventato furioso: aziende e fondi di investimento, nel tentativo disperato di proteggersi dalle oscillazioni selvagge dei prezzi, hanno inondato Wall Street di commissioni. Il fenomeno è ben descritto dal numero uno di JPMorgan, che ha parlato di una “volatilità buona” per gli affari, contrapposta a quella “cattiva” che si verifica solo quando i mercati vanno in tilt per mancanza di liquidità. Finché c’è qualcuno disposto a scommettere (e a pagare), per i banchieri è semplicemente Natale.

Numeri da capogiro: i colossi battono ogni record

I bilanci parlano un linguaggio spietato. JPMorgan Chase ha guidato la carica con un utile netto di 16,49 miliardi di dollari, spinto dalla divisione Markets che ha segnato il risultato più alto di sempre grazie a ricavi per 11,6 miliardi. Non è stata da meno Citigroup, sotto la guida della manager Jane Fraser, che ha visto l’utile balzare del 42% raggiungendo i 5,8 miliardi, registrando il miglior fatturato trimestrale dell’ultimo decennio. Persino Goldman Sachs, tradizionalmente più legata alla finanza speculativa pura, ha incassato un aumento del 27% nel trading azionario. Ma il dato forse più indicativo arriva da Wells Fargo, un istituto solitamente ancorato ai prestiti alle famiglie e alle piccole imprese: il balzo del 38% nei ricavi da trading (arrivati a 1,35 miliardi) dimostra che nessuno ha potuto sottrarsi alla caccia all’oro della guerra.

Benzina alle stelle e la politica che arranca

C’è però un rovescio della medaglia che gli americani stanno già toccando con mano, letteralmente, ogni volta che fanno rifornimento. Il prezzo medio della benzina regolare oscilla attualmente tra i 4,14 e i 5 dollari al gallone per la premium, mentre il diesel ha superato quota 5,6 dollari. Un balzo vertiginoso se si considera che solo un mese fa i valori erano rispettivamente 3,25, 4,2 e 4,5 dollari. Le esportazioni di prodotti raffinati dagli Stati Uniti hanno toccato un record storico a marzo – circa 3,11 milioni di barili al giorno – dirette soprattutto verso Asia ed Europa, rimaste scoperte dopo il blocco delle forniture mediorientali. Questo flusso, se da un lato gonfia i conti delle major petrolifere e delle banche che le finanziano, dall’altro rischia di diventare una miccia politica per il presidente Donald Trump, costretto a gestire l’impopolarità del conflitto mentre i suoi elettorati tradizionali pagano il conto più salato.

Sospetti di “insider trading”: chi scommette prima della notizia?

A rendere il quadro ancora più torbido, si aggiunge il sospetto ricorrente di manipolazione dei mercati. Ogni volta che il presidente annuncia una decisione a sorpresa – come un cessate il fuoco lampo o, al contrario, una nuova escalation – una cerchia ristrettissima di investitori sembra avere già scommesso nella direzione giusta con un tempismo chirurgico. Analisi condotte su flussi di dati di piattaforme di trading, come quella citata dal Financial Times e ripresa da fonti internazionali, mostrano picchi anomali di vendite allo scoperto (scommesse sul ribasso del petrolio) nei minuti immediatamente precedenti gli annunci ufficiali di Trump sull’Iran. Questi movimenti, avvenuti a marzo e all’inizio di aprile, hanno generato profitti per decine di milioni di dollari. L’ombra dell’insider trading – l’utilizzo di informazioni privilegiate non ancora pubbliche – torna così ad allungarsi sulla Casa Bianca, sollevando interrogativi inquietanti sul confine, sempre più labile, tra politica e affari.

Meta Description: Guerra in Iran, utili record per le banche di Wall Street: 25 miliardi in tre mesi. La speculazione sulla volatilità del petrolio e i sospetti di insider trading.

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