Shell, utili in salita del 19% grazie alla guerra in Iran: il conflitto allo stretto di Hormuz spinge i rincari di gas e petrolio
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
La guerra in Medio Oriente – che vede contrapposti Israele, Stati Uniti e Iran, con le sue ripercussioni immediate sui flussi energetici globali – si è trasformata, per certi versi, in un moltiplicatore finanziario per i colossi del settore. Shell, il gigante britannico delle estrazioni idrocarburiche, ne è l’esempio più fresco: nel primo trimestre del 2026, l’azienda ha archiviato un aumento del 19 per cento degli utili netti, toccando quota 5,69 miliardi di dollari contro i 4,78 dello stesso periodo dell’anno precedente. Un balzo che ha ampiamente superato le attese degli analisti, nonostante – e qui sta il paradosso apparente – quasi un quinto della produzione complessiva di petrolio e gas della compagnia provenga proprio dall’area teatro del conflitto.
Il trading speculativo e la volatilità dei prezzi delle materie prime
A trainare la performance non è stato tanto il volume estratto, quanto la straordinaria volatilità dei prezzi scatenata dalle ostilità. Con la chiusura parziale dello stretto di Hormuz – avvenuta nei primi giorni di guerra, a marzo – le quotazioni di greggio e metano sono impennate, offrendo ai trader delle major margini mai visti dallo scoppio dell’ultimo conflitto su larga scala in quella regione. Shell, lo ha spiegato nella sua comunicazione ufficiale di giovedì 7 maggio, ha saputo sfruttare questa turbolenza grazie a una solida attività di trading, riuscendo a trasformare l’incertezza geopolitica in leva finanziaria. In pratica, più il mercato oscillava, più i suoi uffici acquisti e vendite incassavano differenziali favorevoli.
Lo stop produttivo annunciato e il taglio dei buyback
Tuttavia, lo stesso conflitto che gonfia i profitti a breve comincia ora a mordere anche sul piano operativo. La major ha infatti previsto un rallentamento della produzione nei prossimi mesi: le rotte marittime alterate, le difficoltà assicurative e i rischi concreti negli impianti vicini alle zone di guerra hanno già costretto a rivedere al ribasso le stime di estrazione. Di conseguenza, Shell ha ritoccato verso il basso l’entità dei piani di riacquisto azioni (buyback) per i prossimi mesi, un segnale che gli azionisti hanno accolto con attenzione, pur senza farsi prendere dal panico. Il dado è tratto: i soldi arrivano abbondanti ora, ma le prospettive fisiche del business si fanno più opache.
Il contesto europeo e i primi extraprofitti certificati
Quella di Shell non è una storia isolata. Le trimestrali depositate al 31 marzo – le prime a riflettere pienamente l’effetto Hormuz – rivelano che le grandi compagnie europee e statunitensi del petrolio stanno tutte incassando extraprofitti legati all’impennata del greggio. Nel solo Vecchio Continente, la somma dei surplus anomali sfiora i 21,7 miliardi di dollari. Un fenomeno che, per quanto inatteso nei tempi rapidi, ricalca lo schema già visto in altre crisi mediorientali: la guerra alza i prezzi, le major incassano, e i governi, intanto, osservano con crescente interesse l’evolversi dei bilanci. La notizia, pubblicata dalla Bbc con il titolo «Shell latest oil giant to see profits surge due to Iran war impact», mette nero su bianco un meccanismo che, a dispetto della retorica dei mercati, si basa su un paradosso crudo: più la regione brucia, più il conto in banca di chi ne estrae il petrolio si scalda.




