Omicidio Raffaele Cinque, la svolta delle tre manette: era un regolamento nel clan Contini
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Redazione Interno
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A distanza di oltre un anno, la ferita inferta alla malavita organizzata napoletana si richiude con un’operazione che porta i sigilli della Squadra mobile. Tre uomini, tutti con un curriculum penale pesante alle spalle, sono finiti in carcere nella notte: è per loro scattata un’ordinanza di custodia cautelare che li vuole gravemente indiziati dell’omicidio di Raffaele Cinque, il 51enne ucciso il 21 gennaio 2024 nel suo appartamento di via Scirocco, quartiere Poggioreale. La procura, che ha coordinato le indagini, ha confezionato un’ipotesi accusatoria articolata: quella morte, secondo gli inquirenti, non fu un episodio casuale né tanto meno il frutto di un litigio improvviso, bensì un vero e proprio atto dovuto – un regolamento interno ai vertici del clan Contini, la potente consorteria che da decenni controlla fette estese della criminalità cittadina.
Una partita a carte interrotta dai colpi di pistola
La dinamica, ricostruita attraverso testimonianze e riscontri balistici, presenta un antefatto che suona quasi grottesco se non fosse tragico. Cinque, quella notte, aveva organizzato una partita a poker nella propria abitazione. Una sfida cominciata a notte fonda, con i giocatori seduti attorno al tavolo fino alle prime luci dell’alba. Loro, gli amici e conoscenti che avevano partecipato al gioco, avevano appena varcato la soglia per andarsene – o forse si accingevano a farlo – quando qualcuno ha bussato alla porta. Quella richiesta di ingresso, apparentemente innocua, nascondeva invece l’annuncio della morte. I killer, almeno quattro secondo la ricostruzione investigativa, hanno fatto fuoco senza esitazione: nove colpi in totale, di cui almeno due andati a segno in maniera letale, uno all’addome e uno al cranio. Un’esecuzione fulminea, che lascia intendere una conoscenza approfondita delle abitudini della vittima.
Tre nomi, un solo movente: la premeditazione e il favore al clan
Gli arrestati – Giuseppe Bove, Salvatore Bove e Gennaro Ziccardi – devono rispondere di omicidio pluriaggravato e porto abusivo di almeno due pistole. E non è tutto: la legge prevede l’aggravante delle modalità mafiose, circostanza che la Dda ha ritenuto di applicare sulla base di un dato preciso. Il delitto, scrivono gli investigatori nel provvedimento, fu commesso per «motivi abietti e futili» ma con un fine chiarissimo: avvantaggiare il clan Contini, rafforzandone il potere interno o eliminando un elemento divenuto scomodo. Le aggravanti, in questo caso, non vengono ipotizzate come un semplice contorno: trasformano l’omicidio in un atto di governo criminale, una sentenza eseguita da un commando che ha agito con premeditazione. I tre indagati hanno raggiunto l’abitazione della vittima armati, hanno bussato e hanno sparato senza dare alcuna possibilità di reazione.
L’inchiesta della mobile: nove colpi e un cold case evitato
Sarebbe stato facile, forse, archiviare frettolosamente l’omicidio di Raffaele Cinque come l’ennesima scia di sangue tra pregiudicati. Invece la Squadra mobile di Napoli ha lavorato per mesi, mettendo insieme frammenti di conversazioni, rilevamenti balistici e testimonianze rese – con le dovute cautele – da chi quella notte si trovava nei paraggi dell’appartamento di via Scirocco. L’uso di almeno due pistole diverse, il numero impressionante di colpi esplosi (nove, di cui due mortali) e la scelta dell’orario (subito dopo la fine della partita a carte) parlano di un agguato studiato nei minimi dettagli. Non ci fu un inseguimento, non ci fu un litigio per strada: i sicari bussarono, entrarono e uccisero. Un modus operandi che, per gli inquirenti, non lascia dubbi sul carattere interno della rappresaglia.




