Petrolio, l'accordo tra Stati Uniti e Venezuela cambia gli equilibri energetici globali
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Redazione Esteri
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Il presidente Donald Trump ha annunciato un'intesa definita "la più grande della storia" per il controllo di oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere venezuelane, un'operazione che nelle intenzioni della Casa Bianca dovrebbe raddoppiare le riserve strategiche americane e ridurre i prezzi della benzina, ma che solleva interrogativi sulla reale fattibilità a breve termine, considerando lo stato delle infrastrutture di Caracas e le tensioni in corso nello Stretto di Hormuz.
L'accordo, reso noto dallo stesso presidente su Truth Social e confermato dalla presidente ad interim venezuelana Delcy Rodríguez, è stato negoziato dal segretario di Stato Marco Rubio e dal segretario alla Guerra Pete Hegseth, e prevede la costituzione di una joint venture con un operatore privato, la cui identità rimane ancora ignota, che avrà il diritto di sviluppare e sfruttare per cento anni diciassette giacimenti strategici situati in Venezuela, un paese che possiede circa 303 miliardi di barili di riserve, pari al 17 per cento del totale mondiale, ma che oggi estrae soltanto una
Frazione minima di quella potenzialità, circa 1,25 milioni di barili al giorno.
I dettagli dell'operazione e le cifre in gioco
Secondo le ricostruzioni fornite da fonti della Casa Bianca, l'architettura dell'intesa è complessa e prevede che gli Stati Uniti ottengano il controllo effettivo sul 55 per cento del greggio estratto, grazie a una partecipazione che garantisce non solo diritti di proprietà ma anche la possibilità di acquistare il petrolio al costo di produzione, aggirando così le dinamiche del prezzo di mercato.
Il governo venezuelano, da parte sua, ha calcolato che il piano possa attrarre investimenti privati per oltre 100 miliardi di dollari, generando entrate fiscali per 209 miliardi di dollari e contribuendo a quella che Rodríguez ha definito "la rinascita della nostra nazione".
Una parte del greggio ottenuto dalla nuova società, stando a quanto trapelato, sarebbe destinata a ricostituire la riserva strategica americana, scesa sotto i 300 milioni di barili ad agosto, e a coprire le necessità delle Forze Armate, mentre un'altra quota andrebbe a rifornire il mercato interno per calmierare i prezzi dei carburanti, che hanno superato la soglia psicologica dei 4 dollari al gallone a causa del conflitto in corso con l'Iran.
Le implicazioni politiche ed economiche per i due paesi
L'intesa arriva in un momento politicamente delicato per entrambi i leader: Trump, in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, deve fare i conti con l'impopolarità generata dal caro-benzina, mentre Rodríguez, succeduta a Nicolás Maduro dopo la sua cattura da parte delle forze americane nove mesi fa, ha compiuto una svolta radicale rispetto all'ortodossia chavista, aprendo il settore petrolifero ai privati per cercare di risollevare un'economia in ginocchio.
Per Caracas la posta in gioco è altissima, e il governo ha insistito molto sul fatto che gli investimenti esteri, oltre a modernizzare l'industria degli idrocarburi, porteranno benefici diretti alla popolazione in termini di occupazione e reddito, una narrazione che mira a legittimare un accordo che molti critici, al contrario, hanno bollato come un atto di dominio coloniale che legittima un regime violatore dei diritti umani.
Il segretario di Stato Rubio ha definito l'intesa "un'enorme vittoria sia per il popolo americano che per quello venezuelano", sottolineando la portata storica di un riavvicinamento tra due paesi le cui relazioni sono state segnate per anni da sanzioni e tensioni.
Le sfide infrastrutturali e la prospettiva temporale
Nonostante l'enfasi posta dalla Casa Bianca sull'immediatezza degli effetti benefici, l'efficacia dell'accordo nel ridurre i prezzi alla pompa si scontra con una realtà geologica e industriale complessa, dato che gran parte del petrolio venezuelano è di tipo extra pesante, simile al catrame, e richiede impianti di diluizione, oleodotti e raffinerie specifiche per essere lavorato, infrastrutture che versano in uno stato di grave degrado a causa di anni di sottoinvestimento e cattiva gestione.
Gli esperti del settore hanno già avvertito che, anche con un flusso di capitali senza precedenti, servirebbero diversi anni prima di vedere un incremento significativo della produzione, il che rende improbabile un crollo immediato dei prezzi nonostante la retorica trionfalistica di Trump, che intanto ha convocato alla Casa Bianca i vertici di almeno dieci aziende americane di raffinazione e distribuzione.
L'operazione, inoltre, solleva potenziali questioni legali e costituzionali in Venezuela, dove il testo dell'intesa non è stato ancora reso pubblico, e dovrà fare i conti con la reazione di attori internazionali come Cina e Russia, che per anni hanno sostenuto il precedente governo di Maduro e potrebbero vedere con preoccupazione l'ingresso massiccio degli Stati Uniti in un'area considerata strategica per i loro interessi.
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