Guerra in Medio Oriente, l’effetto domino sull’energia tra le mosse di Trump, l’angoscia dell’Ue e il polveriera spagnolo

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’offensiva militare scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, un’operazione che ha già ribattezzato gli equilibri di una regione già per sua natura incandescente, sta producendo scosse telluriche di natura economica e diplomatica la cui portata, a una settimana dai primi attacchi, inizia solo ora a delinearsi con chiarezza. L’onda d’urto principale, quella destinata a riverberarsi con maggiore violenza sulle economie di mezzo mondo, è ovviamente quella energetica. La quasi paralisi dello Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui transita quotidianamente un quinto del petrolio globale e una percentuale significativa del gas naturale liquefatto, ha di fatto innescato una crisi di offerta che nessuno, nemmeno i paesi teoricamente più attrezzati, sembra in grado di gestire senza subire contraccolpi pesanti. La Cina, che da quel corridoio marittimo dipende per la quasi metà del suo fabbisogno di greggio importato, è apparsa immediatamente la più esposta sulla carta, tanto da aver già attivato canali riservati con Teheran per scongiurare l’interruzione delle forniture a lei direttamente destinate, ma il problema, e qui sta il nodo della questione, è sistemico. L’India, altro gigante asiatico divoratore di energia con una dipendenza dall’import che sfiora l’85 per cento, si è ritrovata con le riserve calcolate per resistere non più di otto settimane, un lasso di tempo drammaticamente esiguo se paragonato all’incertezza che avvolge la durata del conflitto.

Ed è proprio in questo quadro di fibrillazione dei mercati che la risposta di Washington, lungi dall’essere un semplice aggiustamento tecnico, si è configurata come una vera e propria rivoluzione copernicana nella strategia delle sanzioni. L’amministrazione Trump, quella stessa che solo pochi mesi minacciava dazi punitivi fino al 500 per cento per chiunque acquistasse idrocarburi russi, ha concesso all’India una deroga lampo, una sorta di lasciapassare per caricare e pagare il greggio di Mosca già imbarcato prima dell’inizio delle ostilità. Un voltafaccia che ha dello stupefacente, se si considera che la Casa Bianca aveva spinto New Delhi a ridurre drasticamente gli acquisti dalla Russia, e che ora, al contrario, vede in quei barili l’unica ancora di salvezza per calmierare un prezzo del Brent schizzato oltre i novanta dollari, un balzo del dieci per cento in pochi giorni che ha fatto accendere tutti i monitor delle trading room planetarie. L’obiettivo dichiarato è quello di immettere liquidità in un mercato assetato, ma l’effetto collaterale, e non è certo di poco conto, è quello di trasformare Vladimir Putin in un beneficiario oggettivo di questa guerra, un paradosso che non sfugge agli analisti e che getta ombre sinistre sulla coerenza delle politiche occidentali.

L’Europa divisa tra l’inerzia di Bruxelles e il polveriera spagnolo

Mentre i trader gridano al fuoco e i grafici del petrolio assumono tinte sempre più fosche, la macchina comunitaria europea continua a muoversi con la proverbiale lentezza che da sempre ne contraddistingue l’azione in momenti di crisi acuta. Il Collegio dei Commissari riunitosi a Bruxelles, più che partorire misure concrete, ha semplicemente preparato il terreno per il Consiglio Europeo del 18 e 19 marzo, un appuntamento che si preannuncia come un campo di battaglia tra le diverse anime del continente. Da un lato c’è chi, come la presidente Ursula von der Leyen, spinge per una revisione del meccanismo di formazione del prezzo dell’energia, un sistema che lega il costo dell’elettricità all’ultimo e più caro impianto necessario a soddisfare la domanda, solitamente alimentato a gas. Dall’altro, sette paesi membri, tra cui Olanda, Svezia e Danimarca, hanno già messo le mani avanti, scrivendo una lettera per avvertire che modificare l’attuale assetto del mercato sarebbe un errore madornale, un intervento che rischierebbe di aumentare l’incertezza normativa e, paradossalmente, di far lievitare ulteriormente le bollette. La verità, nuda e cruda, è che la dipendenza dal gas importato, e non il disegno del mercato, resta la piaga originaria, e finché non si accelererà in modo deciso sulla strada delle rinnovabili, ogni discussione sulla riforma rischia di essere solo un esercizio di stile, una foglia di fico per nascondere l’impotenza decisionale di un’istituzione che appare sempre più come una lumaca in un mondo che corre.

E mentre a Bruxelles si perde in rivoli procedurali, sul fronte diplomatico-militare è la Spagna a catalizzare l’attenzione e le tensioni, innescando una crisi senza precedenti all’interno della Nato. La decisione del governo socialista di Pedro Sánchez di negare agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi militari di Rota e Morón per le operazioni contro l’Iran ha scatenato l’ira di Donald Trump, che non ha esitato a definire la Spagna un “alleato terribile” e a minacciare ritorsioni commerciali. Una presa di posizione, quella di Madrid, che affonda le radici in una tradizione di politica estera autonomista e in un preciso calcolo di politica interna, con Sánchez che cerca di marcare le distanze dall’amministrazione repubblicana per rafforzare il proprio profilo progressista in vista delle prossime scadenze elettorali. Ma la realtà sul campo, come spesso accade, è più complessa e sfumata delle dichiarazioni di principio. Se è vero che i velivoli statunitensi non possono decollare dalle basi spagnole per colpire l’Iran, è altrettanto vero che gli stessi aerei fanno scalo a Rota per poi proseguire verso altre basi alleate in Italia, a Sigonella, o in Grecia, nella baia di Souda, aggirando di fatto il veto formale imposto da Sánchez e utilizzando una zona grigia degli accordi bilaterali che permette il transito e il rifornimento. Una farsa, l’hanno definita alcuni commentatori, che smaschera la retorica antimilitarista del governo spagnolo e rivela i limiti strutturali di un paese che, pur volendo ergersi a baluardo del diritto internazionale, rimane inchiodato alla sua dipendenza energetica dagli Stati Uniti per il gas liquefatto e alla sua collocazione geografica che lo rende un crocevia strategico inevitabile per le forze armate americane.

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