Dazi sull’oro, il mercato trema e Trump interviene: la Svizzera nel mirino

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   Meno di ventiquattro ore sono bastate per scatenare il panico nei mercati globali dell’oro, dopo che un’inattesa sentenza dell’agenzia doganale statunitense ha imposto dazi sui lingotti d’oro importati, colpendo in particolare quelli svizzeri da un chilogrammo e 100 once. L’aumento del 39% delle tariffe, deciso dalla Casa Bianca, ha fatto tremare i listini e costretto gli investitori a rivedere le proprie strategie, mentre le autorità correvano ai ripari per evitare un’escalation incontrollata.

Al centro della bufera c’è la Svizzera, che da sola rappresenta il cuore della raffinazione e della distribuzione mondiale del metallo prezioso. Solo nel 2023, le esportazioni elvetiche verso gli Stati Uniti hanno superato i 61 miliardi di dollari, cifra che spiega perché la mossa di Washington abbia avuto un effetto domino immediato. Se da un lato l’oro rimane il bene rifugio per antonomasia, dall’altro la sua circolazione fisica – in un’epoca dominata dalla finanza dematerializzata – lo rende un bersaglio sensibile per le politiche protezionistiche.

Le reazioni dei mercati non si sono fatte attendere, con oscillazioni anomale e un aumento della volatilità, mentre le banche centrali e gli organismi di vigilanza monitorano la situazione. Sebbene alcuni operatori evitino di parlare apertamente di “speculazione”, i presupposti ci sono tutti: l’intervento di Trump, che punta a ridisegnare gli equilibri commerciali, ha riacceso i riflettori sulle fragilità di un sistema che dipende ancora in larga parte dalla logistica e dai flussi materiali.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.