La Germania inciampa sull’auto, tra dazi e concorrenza cinese

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non è solo una battuta d’arresto, ma un vero e proprio sussulto per l’industria che per decenni ha rappresentato l’eccellenza tedesca. Volkswagen, Mercedes e BMW, i pilastri di un settore che ha motorizzato il mondo, si trovano oggi a fare i conti con numeri che parlano chiaro: un crollo dei profitti del 40% per i primi, del 43% per i secondi, mentre il baluardo bavarese arranca in un mercato sempre più sfuggente.

Se il fatturato del gruppo Volkswagen, cresciuto del 2,8% raggiungendo i 77,6 miliardi di euro, potrebbe far pensare a un barlume di ottimismo, basta scorrere il resto del bilancio per accorgersi che le ombre prevalgono. Le vendite sono aumentate del 3%, è vero, ma solo grazie ai mercati extra-Cina, dove la concorrenza locale sta erodendo quote in modo preoccupante. Intanto, i marchi premium e quelli del Traton Group – Scania, Man e Volkswagen Truck & Bus – pesano come macigni.

A complicare il quadro ci si mettono i dazi di Donald Trump, che hanno colpito duramente un’industria già in affanno. L’ex presidente americano, con la sua politica commerciale aggressiva, ha creato un clima d’incertezza in cui le case europee faticano a competere, strette tra le pressioni di Washington e l’ascesa inarrestabile dei rivali asiatici. La Cina, in particolare, rappresenta una sfida impari: Pechino avanza mentre Berlino, almeno per ora, arretra.

Mercedes non se la passa meglio. Il crollo dei profitti, superiore al 40%, riflette una crisi che non è più solo congiunturale ma strutturale. E se la risposta dei tedeschi dovesse arrivare troppo tardi, il rischio è che il gap diventi incolmabile. Senza una strategia industriale lungimirante – e senza il sostegno di politiche adeguate – il declino potrebbe trasformarsi in una parabola senza ritorno.

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