L’assessore Achammer scrive a Valditara: si valuti un divieto ai social per i bambini, fino a 14 anni
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Redazione Scienza e Tecnologia
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L’infanzia, si sa, è una stagione della vita che andrebbe protetta, custodita quasi gelosamente da quelle incursioni esterne che rischiano di intaccarne la spontaneità; eppure, la realtà digitale in cui i più piccoli sono immersi racconta spesso una storia differente, fatta di schermi che si illuminano e di notifiche che bucano il silenzio delle camerette. Da Bolzano arriva una presa di posizione netta su questo fronte, con l’assessore provinciale all’Istruzione di lingua tedesca, Philipp Achammer, che ha deciso di scrivere una lettera formale al ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, per sollecitare una riflessione profonda – e possibilmente un intervento legislativo concreto – sull’opportunità di vietare l’accesso ai social network ai minori, ipotizzando una soglia anagrafica che potrebbe attestarsi attorno ai 14 anni.
La necessità di preservare la spensieratezza dai rischi della rete
La preoccupazione manifestata dall’esponente della Svp non nasce da un pregiudizio ideologico verso la tecnologia, bensì dall’osservazione di un fenomeno che, giorno dopo giorno, sottrae ai bambini quella leggerezza che dovrebbe caratterizzarne la crescita. Achammer, nel suo appello, ha sottolineato come le piattaforme social, nella loro configurazione attuale, non offrano alcuna garanzia reale di sicurezza per i più giovani, i quali si trovano esposti – spesso senza filtri o mediazioni – a dinamiche tutt’altro che adatte alla loro età: aggressioni verbali, episodi di sessismo, discorsi d’odio che circolano liberamente e che colpiscono in particolare i gruppi già di per sé più vulnerabili. Non si tratta, ha tenuto a precisare l’assessore, di demonizzare uno strumento, ma di chiedersi se abbia senso privare i bambini della loro spensieratezza, lasciandoli soli di fronte a un mondo, quello virtuale, che di spensierato ha ben poco.
A sostegno della sua istanza, Achammer ha richiamato alcuni dati provenienti dalla Germania, i quali dipingono un quadro piuttosto chiaro delle abitudini digitali dei più piccoli: circa la metà dei ragazzi con un’età compresa tra i 7 e i 12 anni naviga già abitualmente sui social network, un dato che fa riflettere sulla precocità del contatto con questi ambienti digitali e sulla necessità di fornire gli strumenti adeguati per affrontarlo.
Educazione digitale e il progetto del patentino per lo smartphone
Il tema, per Achammer, non si esaurisce però con l’ipotetica introduzione di un divieto anagrafico. Vietare l’accesso, da solo, rischierebbe di essere un intervento monco se non accompagnato da un serio percorso di educazione all’uso consapevole della tecnologia. Ed è proprio su questo versante che la provincia di Bolzano ha già mosso i suoi passi, attivando nelle scuole medie il progetto del cosiddetto “patentino per lo smartphone”. L’iniziativa, promossa dalla Direzione Istruzione e Formazione tedesca, mira a preparare i ragazzi – ma anche i genitori, chiamati a svolgere un ruolo centrale in questo processo – prima che questi varchino la soglia delle piattaforme social. L’idea di fondo, spiegano i promotori, è che non si debba permettere l’accesso a queste reti senza una formazione preventiva, senza cioè aver acquisito quella consapevolezza che consente di riconoscere le insidie e di destreggiarsi con maggiore sicurezza tra le opportunità e i rischi del web.
Il precedente australiano tra luci e ombre di una legge pionieristica
Il dibattito sollevato dalla lettera di Achammer non cade nel vuoto, anzi si inserisce in un contesto internazionale in cui diversi governi stanno interrogandosi sull’approccio migliore per tutelare i minori online. L’esempio più lampante, in questo senso, è quello australiano: il paese oceanico è stato il primo al mondo a varare una legge, l’Online safety amendment (Social media minimum age) Act 2024, che dal 10 dicembre 2025 vieta di fatto l’accesso ai social media ai minori di 16 anni, imponendo alle piattaforme – da Instagram a TikTok, da Snapchat a YouTube, con alcune esclusioni come YouTube Kids – di adottare misure “ragionevoli” per identificare e rimuovere gli account degli under 16, pena sanzioni milionarie.
I primi mesi di applicazione di questa norma hanno però restituito un quadro piuttosto complesso e per certi versi contraddittorio. Da un lato, diverse famiglie hanno riferito effetti positivi, con bambini che dormono meglio e che riscoprono il gioco e le interazioni offline; dall’altro, non sono mancati i casi di ragazzi che hanno aggirato il divieto in pochi minuti utilizzando VPN o creando account falsi, sollevando dubbi sull’effettiva efficacia di un provvedimento tanto rigido quanto di difficile attuazione pratica. Il governo australiano, pur consapevole delle imperfezioni, ha difeso la scelta sostenendo che un divieto imperfetto possa comunque sortire un effetto utile, ma i critici osservano che il rischio concreto è quello di spingere i giovani verso piattaforme meno regolamentate o di incentivare l’uso di strumenti che rendono ancora più opaco il loro agire online.
Un confronto aperto tra esigenze di tutela e libertà dei minori
La questione, come emerge dall’analisi giuridica condotta in sede di approvazione della legge australiana, tocca corde profonde che intersecano diritti fondamentali talvolta in tensione tra loro. Se da un lato è indubbia la necessità di proteggere i minori da contenuti nocivi e da dinamiche predatorie – il che richiama il principio del superiore interesse del bambino sancito dalle convenzioni internazionali –, dall’altro non si può ignorare che il digitale rappresenta oggi uno spazio cruciale per l’esercizio di diritti quali la libertà di espressione, di associazione e di accesso alle informazioni, anche per i più giovani. La sfida, per chi come Achammer si fa promotore di un limite anagrafico, è dunque quella di trovare un equilibrio che non si traduca in un isolamento forzato o in una limitazione sproporzionata, ma che al contrario permetta ai ragazzi di crescere e di formare la propria identità anche nel mondo digitale, ma in un ambiente che sia finalmente sicuro e a misura della loro età. La lettera inviata a Valditara rappresenta, in questo senso, un contributo a un confronto che appare ormai non più rinviabile.




