La bufera su Gravina dopo l’ennesimo flop: il governo e il parlamento chiedono la testa del presidente Figc
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Redazione Sport
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È bastato il fischio finale di Bosnia-Italia, l’ennesima, dolorosa esclusione dalla Coppa del Mondo, per trasformare la delusione sportiva in un vero e proprio terremoto politico. Il presidente della Figc, Gabriele Gravina, si trova ora al centro di un uragano mediatico e istituzionale che, a differenza di altre occasioni, stavolta sembra avere i crismi della definitività. Non si tratta solo del terzo flop consecutivo (un’eredità pesante che nessun altro vertice federale ha mai dovuto subire in oltre un secolo di storia), ma delle reazioni a catena che quel fallimento ha scatenato, a partire dalle parole pronunciate a caldo dallo stesso Gravina. Nel tentativo, forse maldestro, di difendere l’operato suo e della Federazione, il numero uno del calcio italiano ha definito gli “altri sport” come discipline dilettantistiche, scatenando l’indignazione di un intero movimento olimpico che, nel frattempo, continua a portare medaglie al paese.
Il pressing bipartisan di Palazzo
La politica, come spesso accade quando il pallone smette di rotolare verso la vittoria, ha messo da parte le divisioni per unirsi in un fronte compatto (seppur con diverse sfumature) contro la gestione Gravina. A guidare l’assalto è il ministro dello Sport, Andrea Abodi, che ha dichiarato di avere il pieno sostegno della premier Giorgia Meloni. Abodi è stato chiaro: il passo indietro del presidente è l’unica strada percorribile per evitare un commissariamento della Figc da parte del Coni, richiamando alla memoria i precedenti di Abete e Tavecchio che, dopo i rispettivi fallimenti mondiali, ebbero “un sussulto di dignità” rassegnando le dimissioni. L’esecutivo, insomma, non intende più assistere passivamente a quella che molti definiscono una “decadenza strutturale” del sistema calcio, spingendo affinché le responsabilità vengano assunte fino in fondo.
Non solo la maggioranza, però. Il fronte del dissenso si allarga in modo trasversale a Montecitorio e Palazzo Madama. Una quarantina di senatori, raccolti in un’interrogazione bipartisan a risposta scritta, hanno chiesto formalmente al governo di valutare se la permanenza di Gravina sia ancora “politicamente sostenibile”. Nel mirino finisce non solo la mancata qualificazione, ma anche la governance di un sistema che, secondo i parlamentari, ha bisogno di una “rifondazione radicale”. L’onorevole Mauro Berruto, esponente del Partito Democratico, ha parlato senza mezzi termini di “abisso morale e agonistico” in cui il calcio italiano è precipitato da anni, sottolineando come chi ha avuto ruoli di vertice non possa esimersi dal farsi da parte.
La rivolta del mondo degli sport “dilettantistici”
Se la politica agisce sui tempi lunghi delle istituzioni, il mondo sociale e sportivo ha risposto con la velocità dei social network. La frase infelice di Gravina, che di fatto bollava come “dilettanti” atleti che si allenano con sacrifici enormi per rappresentare l’Italia, è stata una mossa suicida dal punto di vista comunicativo. Un vero e proprio fronte di atleti olimpici si è scatenato in rete per rivendicare il proprio status professionistico e, lo si capisce dal sottotesto, per restituire al mittente l’accusa di scarsa competitività.
Tra i più taglienti, la pugile Irma Testa ha ironizzato sul fatto che, pur allenandosi più di un calciatore, guadagna meno dei “cuochi o delle tate” dei calciatori professionisti. A lei si sono uniti nomi di spicco come Mattia Furlani, Yeman Crippa e la pattinatrice Francesca Lollobrigida, che con autoironia ha postato la scritta “Sono una dilettante” sui social. Un messaggio univoco, insomma, arriva da quelle discipline che da anni sostengono il peso del medagliere azzurro: il calcio non ha lezioni da dare a nessuno, se non quella di una gestione economicistica e autoreferenziale che ha perso di vista il valore sportivo.
La strategia dell’addio e i tempi dell’exit strategy
Mentre l’assedio si stringe, Gravina ha tentato una sorta di contro-mossa tattica. Consapevole che ormai la fiducia è al lumicino, il presidente avrebbe avviato una riflessione interna che, secondo le ultime ricostruzioni, dovrebbe portare all’annuncio delle dimissioni per scongiurare lo scenario peggiore: il commissariamento da parte del Coni. Una riunione del consiglio federale è già stata convocata, e in quell’occasione potrebbe ufficializzarsi il passo indietro, avviando la macchina organizzativa per le nuove elezioni da tenersi entro i novanta giorni.
Sul futuro, anche se è ancora prematuro parlare di nomi ufficiali, la pressione perché si volti pagina coinvolge anche l’area tecnica. Il c.t. Rino Gattuso, dopo la sconfitta, ha lasciato intendere che le sue condizioni per rimanere in sella (ovvero la qualificazione) sono venute meno, e con lui anche il direttore tecnico Gigi Buffon dovrebbe salutare. L’unanimità, a questo punto, è solo su un dato: il tempo di Gravina al vertice della Figc è scaduto, travolto dai risultati mancati e dalle parole che, in una notte di tempesta, hanno finito per affondare la nave.




