Leone XIV e l’abbraccio a Colonia: “Così il dialogo salva i cristiani in Medio Oriente”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Era un’udienza segnata dal calendario liturgico, e Papa Leone XIV non ha mancato di cogliere la sottile ma profonda corrispondenza tra il tempo pasquale e il mandato universale della Chiesa, ricevendo questa mattina in Vaticano la delegazione dell’arcidiocesi di Colonia in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione di “Weltkirche & Dialog”, l’ente oggi noto come Ufficio diocesano per la Chiesa universale e il dialogo. La ricorrenza, che affonda le sue radici in quella Germania del Cammino sinodale spesso considerata un osservatorio critico per il cattolicesimo romano, si è trasformata in un’occasione per ribadire una linea di condotta chiara: la fede non si impone, ma testimonia. E lo fa attraverso la carità, un concetto che il pontefice, nel suo inglese misurato e diretto, ha voluto ancorare a fatti concreti più che a mere dichiarazioni d’intenti.

Dalla pandemia al Medio Oriente, la geografia della solidarietà

Se il discorso ufficiale si apriva con i saluti di rito e il richiamo alla Risurrezione, è stato un passaggio a braccio, quasi un lampo di memoria personale, a restituire il tono più autentico dell’incontro. Leone XIV ha voluto ricordare il sostegno ricevuto dall’arcidiocesi tedesca quando, nei panni di vescovo di Chiclayo in Perù, si trovò a fronteggiare l’emergenza sanitaria: “Hanno contribuito all’acquisto di macchinari per l’ossigeno, salvando molte vite”. Un dettaglio tecnico, quello delle apparecchiature medicali, che serve al pontefice per traghettare il discorso su un piano più alto, quello della prossimità fisica. È su questo terreno, quello dell’assistenza materiale a chi soffre per fame, alluvioni o guerre, che l’istituzione ecclesiale tedesca ha costruito la sua reputazione, tesserendo una rete di rapporti che oggi collega Colonia a oltre cento nazioni e, in particolare, alle Chiese orientali.

Lo sguardo del Papa, in questa fase del suo pontificato che ormai supera il primo anno, si concentra però con insistenza crescente su una regione simbolo: il Medio Oriente. Non una generica preoccupazione, ma un allarme preciso riguardante l’emorragia silenziosa che sta svuotando le culle del cristianesimo delle loro antiche comunità. “Molti nostri fratelli e sorelle – ha ricordato il pontefice – sono stati costretti a lasciare i loro paesi a causa di guerra, violenza e povertà”. Di fronte a questo esodo, l’appello ai membri dell’Ufficio diocesano per la Chiesa universale diventa un atto di responsabilità storica: “Continuate a sostenere la presenza dei cristiani in Medio Oriente, affinché quelle venerabili tradizioni delle Chiese Orientali siano preservate e più largamente conosciute”. Una frase che suona come un lasciapassare per una missione che non ammette neutralità.

L’eredità di Colonia e la sfida della comprensione

Non c’è stata solo la cronaca del presente nell’omaggio di Leone XIV alla diocesi tedesca. Il Papa ha voluto scavare nella memoria storica, citando il partenariato siglato nel 1954 tra Colonia e Tokyo – il primo del genere in Germania – sotto la guida del cardinale Josef Frings. Un gesto, quello di settant’anni fa, che anticipava una visione di Chiesa sganciata dal confine europeo, una prospettiva poi cementificata dalla nascita di organismi come il Misereor e l’Adveniat, fino ad arrivare alla fondazione dell’attuale ufficio nel 1976. Questa eredità, ha spiegato il Papa, “rimane al centro stesso dell’identità della vostra organizzazione”.

Ma quale è, in concreto, il mandato che scaturisce da questa storia? Il pontefice lo ha declinato in tre verbi: preservare, salvaguardare, far conoscere. Verbi che implicano un’azione culturale oltre che caritativa, se è vero che l’obiettivo ultimo è “assicurare che le tradizioni delle Chiese Orientali siano più largamente conosciute”. Si tratta di un’intuizione che supera la logica dell’emergenza per abbracciare quella della testimonianza quotidiana, l’unica capace, nelle parole di Leone XIV, di rendere la Chiesa “un segno di unità e di speranza per il mondo”.

La grammatica del dialogo in un mondo diviso

L’incontro con i delegati di Colonia è stato utile al Papa per ribadire quella che si potrebbe definire la “grammatica” del suo pontificato: la verità nella carità. Un’espressione che nell’udienza di oggi ha trovato una formulazione plastica nella contrapposizione tra “imporre se stessi” e “rendere testimonianza”. La Chiesa, ha detto il pontefice, non ha il compito di occupare spazi, ma di testimoniare una verità che non ha bisogno di imposizioni perché è già insita nell’atto d’amore. Il dialogo, conseguenza diretta di questo approccio, viene elevato a strumento principe per “rafforzare la comunione” e “servire la causa della pace”.

Se si osservano le recenti linee d’azione del pontefice, non è difficile scorgere in queste parole il riflesso di una strategia precisa. Solo pochi mesi prima, alla fine del 2025, Leone XIV aveva concluso un viaggio in Libano e Turchia sottolineando la necessità di un “dialogo paziente” e sperimentando di persona il mosaico della convivenza mediorientale. Oggi, tornando a insistere sull’importanza di sostenere quelle stesse comunità, il Papa di fatto trasforma l’ufficio diocesano di Colonia in un braccio operativo di quella visione. Un legame che diventa esplicito quando invita i suoi interlocutori a “perseverare in questa missione di carità”, un’esortazione che suona come un incarico affidato a chi, da cinquant’anni, ha fatto della prossimità ai lontani la propria ragione d’esistere.

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