L’accoltellamento di Golders Green e la stretta di Starmer: “Poliziare il linguaggio” e vietare le proteste

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La capitale britannica si risveglia ancora una volta sotto l’ombra della tensione sociale, con l’incriminazione formale di Essa Suleiman, un quarantacinquenne cittadino britannico di origine somala, per il duplice accoltellamento di due uomini ebrei avvenuto mercoledì scorso nel quartiere di Golders Green. La polizia metropolitana, che ha dichiarato l’episodio come atto terroristico, lo ha accusato non solo per quell’aggressione – la quale ha gettato nello sgomento una delle comunità più storiche della città – ma anche per un tentato omicidio relativo a un altro attacco consumato lo stesso giorno in una diversa zona di Londra, aggravando ulteriormente il suo quadro giudiziario con un’accusa per possesso di arma da taglio in luogo pubblico.

Dietro la cronaca di questi fatti di sangue, che vedono l’indagato già noto alle autorità per problemi di salute mentale e precedenti episodi di violenza (era stato segnalato nel programma governativo antiterrorismo Prevent già nel 2020), si delinea una reazione politica immediata e destinata a incidere sulle libertà civili. Il premier laburista Keir Starmer, in una intervista al programma Today della BBC, ha abbandonato ogni cautela retorica per indicare una svolta netta nella gestione dell’ordine pubblico. Alla domanda se intendesse “sorvegliare e punire” il linguaggio utilizzato nelle proteste o se volesse vietarle del tutto, Starmer ha risposto senza esitazioni: “Certamente la prima che ha detto, e in alcuni casi anche la seconda. È ora di farlo”. Una dichiarazione che segna un irrigidimento senza precedenti, giustificato dal ripetersi di manifestazioni che il capo del governo considera destabilizzanti per la coesione nazionale.

L’effetto cumulativo e la messa al bando dell’“intifada”

Non si tratta di una semplice minaccia, ma di una strategia che il governo intende mettere in atto per contrastare quella che Starmer definisce la “natura ripetitiva” e l’“effetto cumulativo” delle marce filo-palestinesi. Secondo il primo ministro, chi partecipa a cortei dove si intonano slogan come “globalizziamo l’intifada” deve chiedersi perché non li stia contestando, dato che li ritiene un chiaro incitamento alla violenza contro la comunità ebraica. Il riferimento alla cosiddetta “intifada” – parola araba che evoca le sollevazioni popolari contro Israele – è diventato il punto di svolta della narrazione governativa, con l’obiettivo di delegittimare non solo i singoli manifestanti ma l’intero movimento di solidarietà con Gaza, accusato in questo frangente di creare un humus favorevole alla radicalizzazione.

Se da un lato il governo rassicura sulla difesa del diritto a protestare, dall’altro, come evidenziato dall’intervista rilasciata alla BBC, Starmer sembra intenzionato a usare la leva legislativa per colpire i raduni più “estremisti”. Questa stretta arriva a pochi giorni dalla decisione della polizia di Londra e Manchester di procedere all’arresto di chiunque intoni “globalizzate l’intifada”, dimostrando una continuità operativa tra l’esecutivo e le forze dell’ordine nel considerare certi slogan come reato di ordine pubblico. La domanda che molti osservatori si pongono, tuttavia, è se questa svolta autoritaria (già paventata dai Verdi britannici e da Stop the War Coalition) non rischi di soffocare il dissenso legittimo sull’offensiva israeliana a Gaza, spostando l’attenzione dalla matrice violenta di un singolo – Suleiman, appunto – a un intero spettro politico considerato sgradito.

Un attacco che svela le falle nella sorveglianza preventiva

A rendere ancora più amaro questo scenario, c’è il passato giudiziario dell’aggressore, che mette in luce le falle del sistema di intelligence interno. Essa Suleiman, nonostante fosse stato segnalato nell’ambito del programma antiterrorismo Prevent, era riuscito a sottrarsi a un monitoraggio efficace, approfittando di una condizione di salute mentale che – come ha sottolineato la polizia – ne faceva imprevedibili gli scatti di violenza. Le perquisizioni in corso nel sud-est di Londra, mirate a verificare eventuali legami con ambienti filo-iraniani o con un alterco verificatosi poche ore prima dell’attacco, sembrano al momento più un atto dovuto che una pista concreta, lasciando aperta l’ipotesi del “lupo solitario”.

Il governo Starmer, in risposta all’emergenza, ha già stanziato venticinque milioni di sterline per incrementare la protezione di sinagoghe, scuole e centri comunitari, un segnale tangibile della gravità della minaccia che la comunità ebraica avverte quotidianamente nel Regno Unito. I dati forniti dal Community Security Trust, che raccontano di un raddoppio degli episodi antisemiti passati dai 1.662 del 2022 ai 3.700 del 2025, confermano un contesto in cui la paura si somma alla sfiducia nelle istituzioni. Durante la sua visita a Golders Green, del resto, Starmer è stato accolto da fischi e contestazioni, con cartelli che lo accusavano di essere “nemico degli ebrei”: una protesta che dimostra quanto la tensione sia ormai insanabile, nonostante le rassicurazioni verbali e gli stanziamenti finanziari.

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