Femminicidio Zoe Trinchero, l’autopsia dirà se ci fu un margine per salvarla

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sarà l’esame autoptico a stabilire, in modo definitivo, la causa che ha stroncato l’esistenza di Zoe Trinchero, la ragazza di diciassette anni uccisa a Nizza Monferrato nella notte tra venerdì e sabato. I magistrati, i quali hanno già ascoltato la confessione dell’amico Alex Manna, ventenne fermato per l’omicidio, attendono il referto per comprendere se il decesso sia sopraggiunto per i pugni al volto, per lo strangolamento – come lo stesso indagato avrebbe dichiarato – o per il trauma cranico riportato dopo essere stata gettata nell’acqua del canale Bembo. Una distinzione, questa, che non è mero tecnicismo giudiziario poiché potrebbe rivelare, con assoluta precisione, se un intervento sanitario immediato avrebbe potuto scongiurare l’esito fatale, offrendo così un quadro temporale più chiaro della dinamica, già ricostruita nelle sue linee generali ma ancora da definire nei dettagli più critici.

Un paese straziato dal lutto, la seconda tragedia in poche settimane

A Montegrosso d’Asti, il piccolo comune di poco più di duemila anime dove Zoe viveva, il dolore per la sua scomparsa violenta si mescola a una sofferenza ancora fresca, che riapre una ferita appena rimarginata. Sono infatti trascorse solo poche settimane dalla morte di Matilde Baldi, altra giovane del luogo, creando una concatenazione di eventi luttuosi che ha lasciato attoniti gli abitanti, molti dei quali ricordano le due ragazze mentre correvano insieme per le strade del borgo, ridendo spensierate. Un’immagine di normalità e di vita quotidiana che contrasta in modo straziante con la crudezza dei fatti attuali, i quali costringono un’intera collettività a misurarsi con un vuoto improvviso e doppiamente straziante.

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La dinamica del femminicidio: la confessione e un “no” fatale

Quella notte, stando a quanto finora ricostruito dalle forze dell’ordine, l’aggressione sarebbe scaturita da un semplice rifiuto opposto da Zoe Trinchero. Un “no” che, innescando la reazione violenta di Manna, avrebbe portato a una colluttazione fisica, contrassegnata da pugni, dalla stretta al collo e, infine, dall’abbandono del in acqua. Le urla e i tentativi di divincolarsi della diciassettenne, che sognava di diventare psicologa e lavorava nel bar della stazione, non sono stati sufficienti a sottrarla alla furia dell’aggressore. La confessione dell’amico, giunta in un primo momento agli investigatori, fornisce ora la base per l’inchiesta che prosegue, in attesa dei risultati degli accertamenti tecnici che dovranno confermare o integrare quanto dichiarato, chiudendo il cerchio su una vicenda che ha privato del futuro una ragazza nel fiore degli anni.

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