La freddezza di Alex Manna dopo il femminicidio di Zoe Trinchero

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il racconto dell'omicidio di Zoe Trinchero, la diciassettenne uccisa a Nizza Monferrato nella notte tra il 6 e il 7 febbraio, si arricchisce di dettagli che tracciano un quadro sempre più complesso e agghiacciante. La brutalità del gesto, una sequenza di pugni vibrati da Alex Manna, il diciannovenne amico con cui la ragazza si era appartata, viene infatti affiancata dalle reazioni postume dell'indagato. Questi, dopo aver confessato il delitto, si sarebbe comportato in modo da suscitare profonda perplessità, al punto da essere scorto, secondo quanto riportato, mentre "dormiva tranquillo" in caserma nelle ore immediatamente successive alla scoperta del Corpo. Un sonno, il suo, che strideva in modo stridente con la disperazione di chi, come l'amico giunto per primo sul luogo del ritrovamento, tentava invano di rianimare Zoe con dei colpetti sulla guancia. Lo stesso amico racconta di essere stato contattato a mezzanotte da Manna, il quale, in una prima versione dei fatti poi rivelatasi falsa, parlò di un "ragazzo di colore" che li avrebbe aggrediti, sostenendo di non vedere più Zoe dietro di sé e di essere fuggito.

La dinamica della morte e la macchina del fango

Le indagini, tuttavia, hanno rapidamente smontato quella ricostruzione, portando alla confessione del giovane. A rendere ancor più atroce il quadro contribuiscono gli esiti degli accertamenti medico-legali, i quali, sebbene non ancora completi, hanno stabilito un dato fondamentale. Zoe Trinchero, nonostante la violenza dell'aggressione subita, era ancora viva quando fu gettata nel rio Nizza da un'altezza di circa tre metri. È stato il trauma da precipitazione, l'impatto con il terreno in fondo al canale, a causarne la morte. Un particolare che carica di un peso specifico ulteriore l'azione dell'omicida, il quale non si limitò a colpirla ma dispose del suo mentre respirava ancora. La messa in scena ordita da Manna, con l'invenzione di un aggressore esterno che per poco non ha scatenato un linciaggio, viene analizzata dagli esperti come il segno di una spiccata abilità manipolatoria, volta a deviare le indagini e a costruirsi un alibi emotivo di vittima.

L'analisi del comportamento e l'assenza di empatia

Proprio sul comportamento dell'indagato si concentrano le valutazioni degli psichiatri chiamati a esaminare il caso. Quel dormire beatamente in caserma, mentre intorno a lui infuriava la tempesta emotiva generata dalla sua azione, viene letto come un possibile indizio di una marcata assenza di empatia. La capacità di inscenare una storia complessa per depistare le forze dell'ordine, mostrando poi una freddezza apparentemente imperturbabile, delinea un profilo che gli inquirenti stanno studiando nei minimi dettagli. La sua performance di facciata, che includeva anche pianti raccontati dai testimoni, sembra essere stata calibrata per corrispondere all'aspettativa di una reazione di dolore, ma si sarebbe smascherata in gesti e momenti di incongruenza, come quel riposo percepito come innaturale e disturbante dagli osservatori.

Il percorso giudiziario e le accuse

Alex Manna dovrà quindi rispondere di omicidio aggravato dai futili motivi, una cornice accusatoria che tiene conto della gravità dei gesti e della successiva condotta. L'inchiesta prosegue per ricostruire con precisione ogni passaggio di quella serata, dalla ragione dell'incontro tra i due giovani fino alla dinamica esatta dello scontro fisico e del successivo occultamento del. Le dichiarazioni dei testimoni, i riscontri tecnici e le perizie psichiatriche contribuiranno a formare il materiale processuale per un caso che ha scosso l'opinione pubblica non solo per la giovane età della vittima e del suo presunto assassino, ma anche per il distacco emotivo e la calcolata manipolazione che avrebbero caratterizzato le ore successive al delitto.

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