Zoe Trinchero, il silenzio in aula e la difesa: "Alex è un bravo ragazzo"
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Redazione Interno
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Il silenzio, scelto come unica forma di comunicazione in un’aula del carcere di Alessandria, ha riempito i vuoti di un racconto che, al di fuori delle mura giudiziarie, si era già dispiegato in tutta la sua drammaticità. Alex Manna, vent’anni, non ha risposto alle domande del gip Aldo Tirone durante l’udienza per la convalida del fermo, lasciando che a parlare per lui fossero i verbali degli interrogatori, i quali, secondo quanto emerso, dipingono un’altalena di confessioni e bugie. Il giovane, reo confesso dell’omicidio di Zoe Trinchero, la diciassettenne trovata senza vita in un canale di Nizza Monferrato, avrebbe infatti prima accusato un innocente, poi rilasciato mezze frasi, infine crollato, senza però mai ammettere, secondo le ricostruzioni, di avere avuto un interesse sentimentale o sessuale verso la vittima. Una dinamica, questa, che il pubblico ministero Giacomo Ferrando dovrà ora ricostruire pezzo dopo pezzo, partendo proprio da quelle dichiarazioni contraddittorie che Manna ha deciso di non integrare davanti al giudice.
La vittima e l’ultima serata
Zoe Trinchero, che lavorava in un bar della stazione della città, aveva salutato il titolare dell’esercizio commerciale prima di recarsi a cena con un gruppo di amici, in casa di uno di loro. Dopo il ritrovo, la ragazza si era allontanata da sola, avviandosi verso quel destino che le indagini si sforzano di illuminare nei dettagli più oscuri. Le dichiarazioni dell’imputato, che avrebbe detto agli inquirenti di avere gettato la giovane nel canale quando era ancora in vita, aggiungono un tassello agghiacciante a una vicenda che ha sconvolto la piccola comunità dell’Astigiano, sollevando interrogativi profondi sulle motivazioni e sulla premeditazione.
Il depistaggio e le sue conseguenze
Prima della confessione, le prime dichiarazioni di Manna avevano deviato i sospetti su un altro uomo, Naudy Carbone, musicista trentanovenne di origini africane, il quale ha raccontato di avere rischiato il linciaggio. "Ero il bersaglio più facile, per il colore della mia pelle e per le mie fragilità", ha dichiarato Carbone, spiegando che diverse persone, armate di bastoni, si erano radunate sotto la sua abitazione con l’intenzione di picchiarlo, in una ricerca di giustizia sommaria che trova terreno fertile nell’isteria collettiva seguita a un delitto così efferato. Un episodio, questo, che getta una luce cruda sulle dinamiche sociali che spesso accompagnano i casi di cronaca nera, dove la sete immediata di un colpevole può travolgere la presunzione d’innocenza.
I ritratti divergenti dell’indagato
Mentre l’autorità giudiziaria procede nel suo lavoro, emergono ritratti contrastanti della personalità di Alex Manna. Da un lato, il suo avvocato difensore lo descrive come "un bravo ragazzo", una definizione che stride platealmente con l’accusa di femminicidio, la quale, peraltro, non gli è stata formalmente contestata in questa fase preliminare. Dall’altro, il preside della scuola che il ventenne aveva frequentato prima di lasciarla due anni fa, lo ricorda come "un ragazzo fragile", dipingendo un quadro di vulnerabilità che si intreccia, senza giustificarla, con la brutalità del gesto ascrittogli. La difesa, insomma, pare già muoversi sul doppio binario della negazione della premeditazione e della valorizzazione di un profilo psicologico complesso, aspetti che diventeranno centrali nel prosieguo delle indagini e in eventuali procedimenti successivi, mentre la città di Nizza Monferrato cerca faticosamente di dare un senso a una tragedia che ha spezzato due esistenze giovanili.




