Sabotaggi sui binari, l’ordigno muto di Castel Maggiore parla agli inquirenti: caccia alle tracce biologiche mentre si rafforza la pista anarchica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La data del 16 febbraio, lunedì della prossima settimana, segnerà il passaggio cruciale nelle indagini coordinate dalla procura di Bologna: i tecnici del Gabinetto di polizia Scientifica di Roma inizieranno gli accertamenti minuziosi sull’ordigno incendiario rimasto inspiegabilmente intatto, un reperto silenzioso che gli investigatori ritengono possa restituire, attraverso frammenti di epidermide o fluido biologico, l’identità di chi ha confezionato quell’innesco artigianale -1-7. L’attenzione del pool ‘Terrorismo’, diretto dalla procuratrice aggiunta Morena Plazzi, si concentra dunque su ciò che non ha funzionato nella strategia dei sabotatori, una bottiglia di plastica colma di liquido infiammabile e polvere detta “diavolina”, munita di timer, abbandonata nella notte di sabato 7 febbraio all’altezza di Castel Maggiore, nel bolognese, dove i cavi dell’alta velocità che trasmettono gli impulsi della segnaletica e i dati del transito convogli sono stati invece gravemente lesionati dal congegno gemello -5-6.

La concomitanza olimpica e il collante ideologico

Non vi è, al momento, alcuna rivendicazione formale depositata presso agenzie di stampa o testate giornalistiche, eppure gli investigatori della Digos hanno ormai orientato il perimetro delle loro verifiche attorno all’area anarchica e antagonista; un’indicazione che non nasce dal vuoto, ma dall’analisi dei flussi comunicativi sulla rete, dove il portale sottobosko.noblogs ha pubblicato un messaggio inequivocabile nel quale si elogia il sabotaggio avvenuto proprio il giorno della cerimonia inaugurale di Milano Cortina 2026 -1. In quel testo si parla di “Giochi della vergogna” e si invita a moltiplicare i fronti del conflitto, una semantica che richiama la strategia della decentralizzazione già osservata in occasione delle Olimpiadi parigine del 2024, quando analoga azione incendiaria colpì la rete TGV transalpina -2-10. Le modalità esecutive, l’orario prescelto – l’alba, con l’oscurità a proteggere i movimenti – e la natura degli obiettivi, infrastrutture nevralgiche ma prive di protezione fisica perimetrale, accomunano l’episodio emiliano a quello marchigiano di Pesaro, dove sulla dorsale adriatica un rogo doloso ha danneggiato un pozzetto contenente cablaggi essenziali, costringendo i viaggiatori a ritardi che in taluni casi hanno toccato le quattro ore -2.

Il tentativo lecchese e la mano inesperta

Se la direttrice bolognese appare saldamente ancorata all’ipotesi del terrorismo interno finalizzato ad attentare alla sicurezza dei trasporti, il fronte lombardo presenta elementi di discontinuità che inducono i magistrati a procedere con cautela. Nella notte tra martedì e mercoledì, lungo la linea Lecco-Tirano che conduce i treni verso Bormio e Livigno – teatri delle competizioni olimpiche – qualcuno ha danneggiato sette cavi in fibra ottica per una lunghezza complessiva di circa ottanta centimetri, sezionando altresì un cavo d’acciaio di sicurezza -3-4. Il procuratore capo di Lecco, Ezio Domenico Basso, ha confermato il rinvenimento di una bottiglia di plastica vuota recante residui di liquido infiammabile occultata tra la vegetazione adiacente i binari, ma a differenza di quanto accaduto in Emilia, l’azione non ha prodotto alcuna ripercussione sulla regolarità del servizio né ha innescato allarmi rilevanti nelle sale controllo di Rete Ferroviaria Italiana -3. Gli stessi investigatori, pur non escludendo la matrice comune, sottolineano la natura rudimentale dell’attentato, una mano che appare inesperta, quasi dilettantesca, lontana dalla perizia tecnica – seppur imperfetta – dimostrata da chi a Castel Maggiore aveva predisposto un doppio innesco temporizzato -3-4.

Il coordinamento inter-procure e i reperti contesi

L’architettura inquirente si articola ora su più scranni: a Bologna si procede per associazione con finalità di terrorismo e attentato alla sicurezza dei trasporti, fascicolo aperto contro ignoti ma costantemente alimentato dai flussi informativi della Digos e della Scientifica; ad Ancona la Direzione distrettuale antimafia ha avviato autonome verifiche sull’incendio della cabina elettrica di Pesaro, mantenendo un raccordo quotidiano con i colleghi felsinei; a Lecco, infine, l’ipotesi di reato formulata è quella di disastro ferroviario, sebbene la concreta messa in pericolo della circolazione risulti assai labile, e la Dda di Milano ha offerto il proprio supporto specialistico in materia di antiterrorismo -1-4-6. L’elemento che potrebbe saldare i tre scenari, o viceversa dimostrarne l’estraneità reciproca, giace proprio sui frammenti del dispositivo inesploso recuperato a Castel Maggiore: i tecnici della Scientifica cercheranno tracce papillari e profili genetici, nella convinzione che chi assembla ordigni artigianali difficilmente opera con la meticolosità di un artigiano della clandestinità, e un errore nella costruzione del timer potrebbe coincidere con una dimenticanza nell’uso dei dispositivi di protezione individuale -7.

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