L'Islanda al referendum per riaprire i negoziati con l'Ue: si vota sabato 29 agosto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sabato 29 agosto gli islandesi sono chiamati alle urne per esprimersi sul futuro del loro rapporto con l'Unione europea, un appuntamento che, sebbene non determini direttamente l'ingresso del Paese nell'Unione, potrebbe segnare una svolta nelle relazioni tra Reykjavik e Bruxelles.

Il quesito referendario, che chiede ai cittadini se il governo debba riprendere i negoziati di adesione sospesi nel 2013, rappresenta di fatto un primo passo verso un percorso lungo e articolato, al termine del quale, solo in caso di accordo, gli islandesi sarebbero nuovamente chiamati a votare per l'effettiva entrata. La posta in gioco è elevata e il voto arriva in un contesto geopolitico profondamente mutato rispetto al 2009, anno in cui le trattative furono avviate sull'onda della crisi finanziaria che aveva duramente colpito il sistema bancario dell'isola.

Le ragioni di un ritorno al tavolo negoziale

Se allora fu il collasso economico a spingere Reykjavik verso Bruxelles, oggi sono le dinamiche di sicurezza internazionale, e in particolare le mire espansionistiche manifestate da Donald Trump nei confronti della Groenlandia, a riaccendere i riflettori sulla posizione strategica dell'Islanda nell'Artico.

Le ripetute dichiarazioni del presidente americano, che per quattro volte ha confuso il nome dell'isola con quello della Groenlandia durante i suoi interventi pubblici, hanno tuttavia avuto l'effetto paradossale di riportare l'attenzione sulla vulnerabilità di una nazione che, pur non avendo un esercito permanente, ospita una base militare fondamentale per la sorveglianza dell'Atlantico settentrionale.

La fine dell'affidabilità dello scudo americano, messo in discussione dalle politiche isolazioniste di Washington, ha riattivato il dibattito sulla necessità di cercare nuove garanzie collettive, spingendo il governo islandese a riproporre la questione europea come possibile risposta alle incertezze del presente.

La pesca, il vero nodo politico

Tuttavia, al di là delle preoccupazioni geopolitiche, il dibattito interno si è rapidamente riportato sul tema che storicamente ha rappresentato l'ostacolo maggiore all'integrazione europea: la gestione delle risorse ittiche e, in particolare, la pesca del merluzzo. La Politica Comune della Pesca dell'Unione europea, che prevede quote e regole di accesso condivise, si scontra da decenni con la visione islandese di sovranità assoluta sulle proprie acque territoriali, un principio che ha permesso al Paese di costruire un modello economico basato sullo sfruttamento sostenibile degli stock ittici.

Per molti islandesi, cedere il controllo delle proprie acque a Bruxelles significherebbe rinunciare a una delle poche risorse che hanno garantito prosperità e indipendenza, motivo per cui, sin dai primi negoziati del 2009, la pesca è stata indicata come la principale linea rossa da non oltrepassare.

Il contesto europeo e i prossimi appuntamenti elettorali

Il referendum islandese si inserisce in un calendario politico europeo particolarmente denso, che tra il 2026 e il 2027 vedrà svolgersi elezioni cruciali in Italia, Spagna, Grecia, Polonia e Francia, eventi destinati a ridisegnare gli equilibri interni all'Unione e a influenzare le future strategie di allargamento. In questo quadro, il voto di sabato rappresenta uno dei primi test per valutare la capacità attrattiva dell'Unione in un'area, quella artica, divenuta centrale per gli equilibri globali a causa dello scioglimento dei ghiacci e dell'apertura di nuove rotte commerciali.

L'esito del referendum, che si preannuncia incerto, non avrà conseguenze immediate sul processo di adesione, ma fornirà un segnale chiaro sulla volontà del popolo islandese di riallacciare un dialogo interrotto da oltre un decennio, in un momento storico in cui le alleanze tradizionali mostrano segni di cedimento e la ricerca di nuovi partner diventa una priorità strategica.

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