L'Islanda dice no all'Ue: il referendum che blocca i negoziati di adesione fino al 2028

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L'Islanda non riaprirà i negoziati per l'adesione all'Unione europea, perlomeno non prima del termine dell'attuale legislatura. Il referendum consultivo tenutosi sabato 29 agosto ha infatti sancito la vittoria del fronte del "No", che con il 52,8% dei voti ha bocciato la ripresa delle trattative con Bruxelles, interrotte nel 2013. Un risultato che rappresenta una battuta d'arresto significativa per il governo della premier Kristrún Frostadóttir, che aveva invece presentato la consultazione come un'occasione decisiva per rilanciare il percorso europeo del paese nordico.

I numeri di una vittoria di misura

I dati ufficiali diffusi dall'emittente pubblica RÚV raccontano di una nazione sostanzialmente divisa: 118.040 elettori hanno votato "No" contro i 105.399 che hanno scelto il "Sì", con uno scarto di 12.701 preferenze che ha determinato il risultato finale. L'affluenza alle urne è stata massiccia, toccando l'82,5%, la più alta registrata in Islanda dalle elezioni parlamentari dell'aprile 2009, tenutesi nel pieno della drammatica crisi finanziaria che aveva sconvolto il paese.

Un dato che testimonia quanto il tema europeo abbia saputo mobilitare la popolazione, confermando la profonda spaccatura che attraversa la società islandese sulla questione dell'integrazione continentale. Il risultato, come era stato annunciato, chiude di fatto ogni discussione sull'adesione all'Ue almeno fino al 2028, ovvero per tutta la durata dell'attuale mandato governativo.

La mappa del voto: capitale europeista, province scettiche

L'analisi geografica del voto rivela un paese spaccato in due. Nella capitale Reykjavík e nelle aree urbane ha prevalso il "Sì", sfiorando il 57%, mentre il "No" ha dominato nelle circoscrizioni rurali, superando in tre collegi su quattro il 60% dei consensi. Una divisione che ricalca fedelmente i timori e le priorità delle diverse aree del paese.

Nelle zone rurali, l'adesione all'Unione europea è stata percepita come una minaccia concreta alla sovranità nazionale, in particolare per quanto riguarda il controllo delle acque di pesca e il settore agricolo, due pilastri dell'economia e dell'identità islandese.

Gli agricoltori e i pescatori, che costituiscono una parte significativa della popolazione in queste regioni, temono che l'ingresso nell'Ue possa tradursi nell'adozione della Politica Agricola Comune e della Politica Comune della Pesca, con la conseguente perdita di autonomia decisionale su risorse considerate strategiche e preziose.

Pesca e sovranità: i temi che hanno deciso la consultazione

La campagna referendaria si è concentrata in larga parte sul futuro delle risorse ittiche, un tema che in Islanda non è solo economico ma tocca corde profonde dell'identità nazionale. La storia stessa del paese è segnata dalle "guerre del merluzzo", le dispute con il Regno Unito per l'estensione della zona di pesca esclusiva, culminate nel 1976 con la vittoria islandese e il riconoscimento della sovranità sulle acque circostanti.

Questa memoria storica ha reso particolarmente efficace la retorica del fronte del "No", che ha dipinto l'adesione all'Ue come una rinuncia a una sovranità conquistata a caro prezzo. I sostenitori del "No" hanno sostenuto che l'ingresso nell'Unione avrebbe esposto le acque islandesi alla concorrenza di pescherecci europei, minacciando un settore che rappresenta quasi il 40% delle esportazioni nazionali.

La premier Frostadóttir, dopo la sconfitta, ha ammesso che gli islandesi sono "contenti dell'attuale rapporto" con l'Europa, attraverso l'Accordo sullo Spazio Economico Europeo (SEE), che garantisce l'accesso al mercato unico senza richiedere l'adesione piena e le relative rinunce in termini di sovranità su pesca e agricoltura.

Il contesto geopolitico e le aspettative deluse

Il governo di centrosinistra, sostenuto dal Partito della Riforma e dai Socialdemocratici, aveva invece spinto per il "Sì" sottolineando le ragioni di sicurezza economica e geopolitica. L'invasione russa dell'Ucraina, le crescenti tensioni nell'Artico e la retorica del presidente statunitense Donald Trump, che ha più volte manifestato interesse per l'annessione della Groenlandia, hanno reso la questione della collocazione internazionale dell'Islanda più urgente che mai.

I sostenitori del "Sì" hanno sostenuto che l'adesione all'Ue avrebbe potuto rafforzare la posizione dell'isola nel contesto globale, offrendo maggiore stabilità economica e un "posto al tavolo" nelle decisioni europee che, di fatto, già influenzano il paese attraverso la sua partecipazione al SEE.

Tuttavia, la campagna del "No", ben finanziata e secondo molti osservatori più efficace nel fare leva sui timori della popolazione, è riuscita a prevalere, mettendo in secondo piano le argomentazioni geopolitiche a favore di una difesa intransigente della sovranità nazionale. La sconfitta rappresenta un duro colpo per Bruxelles, che aveva mostrato una certa flessibilità su alcuni capitoli negoziali pur di attrarre un paese ricco e strategicamente importante come l'Islanda nella sua orbita.

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