Il no dell'Islanda all'Ue: un voto di polso che affonda le radici tra i ghiacci e i banchi di pesce

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il risultato del referendum in Islanda è stato letto, dai più, in senso pretestuoso. Una ristretta maggioranza di quel popolo, quella del 52,8 per cento, s’è espressa contro la ripresa delle trattative per l’adesione dell’isola all’Unione europea, ma occorre esaminare bene i dati per comprendere le reali ragioni di un voto che, al di là delle apparenze, affonda le radici in questioni concrete e annose.

La consultazione popolare dello scorso 29 agosto, che ha registrato un'affluenza superiore all'82 per cento, non era infatti un referendum definitivo sull'ingresso nell'Unione, bensì un parere sulla riapertura dei negoziati interrotti nel 2013, con l'eventuale accordo che, qualora fosse stato raggiunto, sarebbe comunque dovuto tornare davanti agli elettori per il via libera finale.

La geografia del voto: tra la capitale e i fiordi

L'analisi del voto restituisce un quadro sociologico piuttosto netto, che spiega come il rifiuto dell'Europa non sia affatto un moto d'orgoglio isolazionista ma una scelta dettata da interessi economici primari. Gli abitanti della capitale, Reykjavík, si sono espressi in maggioranza a favore della ripresa delle trattative, mentre il fronte del no ha raccolto i suoi consensi più larghi tra i residenti delle zone agricole e nei centri di pescatori, dove la vita quotidiana e l'economia locale dipendono direttamente dalle risorse del mare e dalla terra.

I motivi di questo schieramento sono del resto piuttosto chiari e risalgono ai precedenti tentativi di avvicinamento dell'isola all'Europa, quando i negoziati si erano arenati proprio su due pilastri fondamentali per il paese: la politica agraria e, in particolare, la pesca.

La pesca e l'agricoltura: i veri ostacoli sul tavolo

L'Islanda, che pure è già nel club Europa attraverso l'appartenenza allo Spazio economico europeo e all'area Schengen, ha sempre guardato con estrema diffidenza alla Politica agricola comune e alla gestione delle quote di pesca imposte da Bruxelles, considerate una minaccia per la sovranità sulle proprie risorse ittiche, che rappresentano una fetta essenziale del suo PIL e della sua identità nazionale.

Gli agricoltori e i pescatori temono che un'adesione piena all'Unione possa stravolgere un sistema di sussidi e di diritti di pesca che attualmente garantisce loro un reddito e una stabilità, mentre gli abitanti della capitale, più esposti ai flussi commerciali e culturali internazionali, vedono invece nell'ingresso nell'Ue un'opportunità per rafforzare la posizione del paese sulla scena continentale.

Il dato emergente è quindi quello di un'isola che, pur essendo geograficamente e storicamente legata all'Europa, non è disposta a cedere il controllo delle sue risorse primarie in cambio di una rappresentanza politica che, per molti, appare lontana e poco incisiva.

La questione della sicurezza e lo scacchiere artico

L'iniziativa referendaria è giunta in una fase particolarmente complessa per la sicurezza nazionale, un tema che ha indotto il governo di Reykjavík a riflessioni urgenti sulle garanzie offerte dall'attuale situazione dalla sola appartenenza alla NATO, per giunta senza poter contare su forze di difesa proprie.

Le mire esplicite del presidente statunitense Donald Trump sulla Groenlandia e la generale intenzione della Casa Bianca di assumere un maggiore controllo della porzione settentrionale dell'Oceano Atlantico, apparentemente in chiave strategica per contrastare le mire cinesi e russe nell'Artico, hanno infatti messo in luce in tutta la sua evidenza la debolezza oggettiva dell'Islanda, isolata dal resto d'Europa geograficamente e politicamente.

Di fronte a questa pressione esterna, che rende l'isola un avamposto naturale in un'area sempre più contesa, il voto contro la riapertura dei negoziati assume una valenza ulteriore, quasi come un tentativo di riaffermare una propria autonomia di manovra in un contesto internazionale che tende a schiacciare le piccole nazioni tra gli interessi delle grandi potenze.

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