Islanda al referendum sulla riapertura dei negoziati con l'Ue, testa a testa tra pesca e sicurezza

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Si è aperta oggi, sabato 29 agosto, la tornata elettorale che vede gli islandesi chiamati a decidere, tramite un referendum dal sapore storico, se riavviare il percorso di adesione all'Unione europea, un negoziato che giace congelato dal lontano 2013.

La partita, come ampiamente pronosticato dagli ultimi rilevamenti demoscopici, si presenta estremamente equilibrata, con il fronte del "No" che, secondo il sondaggio Gallup pubblicato venerdì, si attesta al 51,6% contro il 48,4% dei sostenitori del "Sì", un margine che, di fatto, rimane all'interno della soglia di errore statistica e che lascia ogni esito possibile fino all'ultimo voto.

L'affluenza, intanto, sembra essere significativa: a Reykjavik Nord, a mezzogiorno, si era già recato alle urne il 13,7% degli aventi diritto, una percentuale superiore a quella registrata nello stesso momento delle elezioni parlamentari del 2024, a testimonianza dell'importanza che i cittadini attribuiscono a questa consultazione.

Un voto sul processo, non sul risultato finale

È fondamentale, per comprendere la posta in gioco, chiarire che un esito favorevole alla riapertura delle trattative non equivarrebbe a un ingresso automatico nell'Unione. Come ripetutamente sottolineato dalla premier Kristrún Frostadóttir, che ha già espresso il suo voto a Reykjavik insieme al marito, il "Sì" rappresenterebbe unicamente un mandato popolare per il governo, con l'obiettivo di sedersi al tavolo con Bruxelles e discutere le condizioni di un eventuale accordo di adesione.

Al termine di questo complesso negoziato, che toccherebbe i 35 capitoli dell'acquis comunitario, la parola tornerebbe definitivamente ai cittadini in un secondo referendum confermativo, chiamati a esprimersi sull'accordo raggiunto. La domanda che gli elettori si trovano a fronteggiare, dunque, è se vale la pena intraprendere questo cammino, esplorando le possibilità offerte dall'Europa.

Il nodo della pesca e la paura di perdere la sovranità

Il cuore pulsante del dibattito, e il principale argomento del fronte del "No", rimane la pesca, un settore che è molto più di una mera voce economica per l'Islanda, rappresentando circa il 40% delle esportazioni di merci e una fetta consistente del Pil, oltre a costituire un pilastro fondamentale dell'identità nazionale.

La memoria delle "guerre del merluzzo" combattute contro il Regno Unito nella seconda metà del Novecento per estendere la zona di pesca esclusiva è ancora vivida, e in molti, come il capitano Jon Atli Gunnarsson, temono che l'adesione all'UE, e in particolare alla sua Politica Comune della Pesca, possa significare cedere il controllo delle acque territoriali e delle quote di pesca a Bruxelles, vanificando decenni di lotte.

Di fronte a queste preoccupazioni, il governo guidato dalla premier Frostadóttir, che ha portato avanti una campagna per il "Sì" cercando di mantenere un profilo basso fino al rush finale, ha rassicurato gli elettori dichiarando che chiederà a Bruxelles un trattamento speciale e deroghe per proteggere il settore ittico, un messaggio che, però, non ha convinto gli scettici, i quali dubitano che simili eccezioni possano essere ottenute in via permanente.

La commissaria europea per l'Allargamento, Marta Kos, ha accennato alla possibilità di "soluzioni creative", ma la posta in gioco resta altissima per un paese che ha costruito la sua ricchezza e indipendenza sulle risorse ittiche.

La spinta geopolitica: il caso Groenlandia come elemento di novità

Se la pesca è il tema storico, a rompere gli equilibri e a dare nuovo slancio al dibattito sull'Europa è stato il contesto geopolitico, in particolare le ripetute dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, il quale ha manifestato l'interesse degli Stati Uniti per l'acquisizione della Groenlandia, un'isola vicina e strategica nell'Artico.

Questa pressione, insieme a una crescente percezione di inaffidabilità del partner americano tradizionale e alle tensioni innescate dall'invasione russa dell'Ucraina, ha accelerato i tempi del referendum, inizialmente previsto per il 2027, e ha portato la premier Frostadóttir a giocare la carta del "Trump card" per convincere gli indecisi, sostenendo che l'Islanda non può più permettersi di restare isolata in un mondo in cui le vecchie certezze, e l'ordine internazionale su cui si basava la sua sicurezza e prosperità, sono sotto pressione.

La ministra degli Esteri, Thorgerdur Katrin Gunnarsdóttir, ha infatti sottolineato come un piccolo paese debba riflettere attentamente su dove posizionarsi e su chi possa essere un alleato affidabile in questo scenario di grande competizione tra potenze nella regione artica.

Il fattore economico tra inflazione e tassi d'interesse

Oltre alla sicurezza e alla sovranità sulla pesca, la bilancia della decisione è influenzata anche dal peso dell'economia domestica, che ha visto l'Islanda alle prese con un'inflazione persistente e tassi d'interesse, attualmente all'8,00%, che rendono i mutui e il costo della vita particolarmente gravosi per le famiglie.

I sostenitori del "Sì", come il ministro delle Finanze Daði Már Kristófersson, sostengono che l'ingresso nell'UE e l'adozione dell'euro potrebbero offrire un sollievo significativo, contribuendo a stabilizzare la valuta e ad allineare il costo del denaro a quello della Banca Centrale Europea, fermo al 2,25%, anche se il capo economista di un grande sindacato islandese ha precisato che l'adesione non risolverebbe tutti i problemi strutturali dell'economia, ma potrebbe fungere da catalizzatore per una crescita più sana.

Dall'altra parte, la leader dell'opposizione Guðrún Hafsteinsdóttir, che guida la campagna per il "No", ha respinto queste argomentazioni, ribadendo che la soluzione ai problemi economici islandesi non può venire da Bruxelles, ma è una responsabilità che spetta interamente ai politici islandesi risolvere. I seggi, che hanno aperto alle 9:00 ora locale, chiuderanno alle 22:00, con i primi risultati preliminari attesi nella notte per un voto che, al di là dell'esito, avrà profonde ripercussioni sul futuro ruolo dell'Islanda nella comunità internazionale.

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