Referendum sulla giustizia, il testa a testa nei sondaggi a meno di un mese dal voto
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Redazione Interno
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Mancano ormai poco più di tre settimane all’appuntamento con le urne per il referendum confermativo sulla riforma della giustizia, quello che il 22 e 23 marzo chiederà agli italiani di esprimersi sulla separazione delle carriere dei magistrati, e il quadro che emerge dalle rilevazioni demoscopiche, lungi dal delineare un esito scontato, presenta una dinamica piuttosto fluida e, per certi versi, persino contraddittoria. Se infatti la maggior parte dei sondaggi continua a registrare un vantaggio, seppur variabile, per il fronte del Sì, favorevole dunque alla modifica della Costituzione e all’introduzione della riforma voluta dal governo, è altrettanto vero che negli ultimi trenta giorni si è assistito a un assottigliamento del divario, con i contrari, i sostenitori del No, che guadagnano terreno e riducono progressivamente la distanza.
Il fattore affluenza e l’assenza di un quorum
Bisogna considerare, innanzitutto, la natura stessa di questa consultazione, che presenta un elemento di peculiarità non da poco rispetto ai classici referendum abrogativi: non è previsto il raggiungimento di alcun quorum. Significa che, indipendentemente dal numero di cittadini che si recheranno ai seggi, la vittoria andrà comunque all’opzione che otterrà più voti, e questo obbliga i due schieramenti a una mobilitazione senza precedenti, senza la possibilità di fare affidamento, come spesso accaduto in passato, sull’astensione di massa per vanificare la consultazione. Le rilevazioni più recenti, a questo proposito, dipingono uno scenario alquanto incerto per quanto riguarda la partecipazione, con stime che oscillano dal 40 al 60 per cento a seconda dell’istituto interpellato, e in questo contesto l’esito finale appare appeso a un filo, o meglio al comportamento di quel folto gruppo di indecisi che, a seconda delle stime, si attesta tra il dieci e il venti per cento degli aventi diritto.
I numeri contrastanti delle rilevazioni
La fotografia scattata dagli istituti demoscopici, nelle ultime settimane, è in realtà piuttosto variegata. Da un lato, sondaggi come quello realizzato da Piepoli per il Quotidiano Nazionale, diffuso a fine febbraio, vedono il Sì saldamente in vantaggio, con un distacco di otto punti percentuali (54% contro 46%), e registrano contestualmente una crescita dell’interesse per il voto, complice anche il vivace confronto pubblico tra esponenti di maggioranza e opposizione. Dall’altro lato, rilevazioni come quella condotta da Tecnè per le reti Mediaset, risalente allo stesso periodo, confermano bensì l’avanzata dei favorevoli alla riforma, ma con una forchetta compresa tra il 54 e il 56 per cento, contro il 44-46 per cento dei contrari. C’è poi chi, come l’analisi della piattaforma Human Data, presentata da SocialCom e Spin Factor, ha evidenziato una sostanziale stabilità del divario nelle ultime due settimane, con il Sì attestato al 53% e il No al 47%, smentendo quella che è stata definita una fantomatica “remuntada” del fronte oppositivo. E ancora, Noto Sondaggi, sempre per la trasmissione Porta a Porta, aveva rilevato a metà febbraio un 53% di intenzioni di voto per il Sì, un dato in calo del 6% rispetto alla fine di gennaio, a testimonianza di una certa volatilità del consenso.
Le motivazioni degli elettori tra tecnica e politica
Al di là dei numeri, quel che emerge con chiarezza dalle analisi è la natura composita delle motivazioni che spingono gli elettori. Da una parte, chi sostiene il Sì lo fa prevalentemente richiamandosi a principi come la separazione delle carriere, la terzietà del giudice e la necessità di porre un freno allo strapotere delle correnti all’interno dell’associazionismo magistratuale, temi, questi, che raccolgono consensi trasversali. Dall’altra, il fronte del No concentra le proprie argomentazioni sul rischio, paventato da più parti, di un possibile controllo dell’esecutivo sulla magistratura requirente, una preoccupazione che, a sentire i dati Human Data, mobiliterebbe oltre il 30% dei contrari alla riforma. Se è vero, infatti, che la gran parte degli elettori di centrodestra, in percentuali che sfiorano il 96%, si dice favorevole al Sì, e che tra gli elettori del centrosinistra il No raccoglie circa l’88% delle preferenze, è altrettanto vero che un sondaggio Youtrend per Sky Tg24, risalente a fine gennaio, rivelava come il 59% degli italiani dichiari di basare la propria scelta su motivazioni tecniche, legate cioè al merito della riforma, e solo il 27% su considerazioni politiche, legate al giudizio sul governo.
Una pluralità di voci, dunque, quella che emerge dal dibattito, e che si riflette in una competizione che, a meno di un mese dal voto, rimane apertissima. L’unica certezza, semmai, è che la campagna referendaria, complice l’assenza di un quorum e la consequenziale importanza di ogni singolo voto, si giocherà tutta sulla capacità dei due schieramenti di convincere gli incerti e, soprattutto, di portarli fisicamente alle urne. Il dato sulla partecipazione, in altre parole, più che un semplice numero, rappresenterà la variabile decisiva, capace di far pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra, a seconda di quali elettorati riusciranno a essere più mobilitati e coesi.




