Referendum giustizia, il testa a testa nei sondaggi e l'incognita dell'affluenza: ecco cosa può succedere

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mancano poco più di cinque settimane all'appuntamento con le urne, e il quadro che emerge dalle rilevazioni demoscopiche sul referendum confermativo del 22 e 23 marzo, incentrato sulla riforma costituzionale che porta la firma del ministro Carlo Nordio, appare quanto mai fluido e suscettibile di capovolgimenti. Se da un lato l'istituto Ipsos, nell'analisi diffusa dal Corriere della Sera, fotografa un leggero vantaggio per il fronte del No, che si attesterebbe al 50,6% delle preferenze in caso di partecipazione contenuta, dall'altro l'istituto Tecnè, in un sondaggio realizzato tra l'11 e il 12 febbraio, racconta una storia diametralmente opposta, assegnando al Sì un margine ben più netto, pari al 56% contro il 44% dei contrari alla modifica dell'ordinamento giudiziario -1. Una forbice, quella tra i due istituti, che da sola racconta la delicatezza del momento e l'impossibilità di tracciare previsioni certe, considerando anche che Only Numbers, per la trasmissione Porta a Porta, ha recentemente stimato un 52,5% per i promotori della riforma a fronte di una partecipazione al voto prevista tra il 34 e il 38%, un livello che, se confermato, riscriverebbe ogni possibile analogia con le precedenti consultazioni costituzionali -2.

Il nodo della partecipazione e l'elettorato diviso

L'elemento che realmente condiziona gli scenari, al di là della volubilità dei numeri, è la percentuale di italiani che effettivamente si recherà ai seggi. La riforma, che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, istituisce due distinti Consigli superiori della magistratura e un'Alta corte disciplinare, non necessita del raggiungimento di un quorum per essere valida, ma l'intensità del voto popolare ne determinerà l'esito in modo persino più radicale -3. Secondo l'analisi di Nando Pagnoncelli per Ipsos, se l'affluenza si fermasse a poco più del 40%, il No prevarrebbe di misura, con il 50,6%; qualora la mobilitazione salisse al 46%, il Sì otterrebbe il 51,5%; nell'ipotesi di una partecipazione più robusta, attorno al 52%, il distacco a favore della riforma diventerebbe più consistente, raggiungendo il 53,7% -6. Si tratta di proiezioni che rivelano una verità quasi paradossale: i partiti di maggioranza, Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia, possono contare su un elettorato granitico e saldamente ancorato al voto favorevole, ma questo bacino, da solo, potrebbe non bastare se non verrà trainato alle urne un bacino più ampio di cittadini, magari meno ideologizzati ma potenzialmente sensibili ai richiami su temi come la responsabilità civile dei magistrati -2.

La disinformazione e i vuoti di conoscenza

A complicare ulteriormente il quadro, rendendo la campagna referendaria una sfida nella sfida, c'è il dato allarmante sulla conoscenza effettiva dei contenuti del provvedimento. Solo un italiano su dieci, stando ai dati Ipsos, si definisce molto informato sulla riforma Nordio, mentre più della metà del campione ammette di saperne poco o nulla -1. Questo vuoto conoscitivo, che riguarda da vicino i meccanismi di funzionamento del nuovo Csm e le modalità di sorteggio dei suoi componenti, rischia di essere riempito dagli slogan, da quelle che in un commento pubblicato da LaC News24 vengono definite le "semplificazioni" degli "imbonitori vanesi". La partita, dunque, si gioca anche sul terreno della comunicazione: da un lato il fronte del Sì, che cerca di tradurre in benefici concreti per il cittadino l'istituzione di una corte disciplinare separata, dall'altro il fronte del No, che mette in guardia da uno stravolgimento degli equilibri costituzionali e da un indebolimento dell'autonomia della magistratura, un timore, quest'ultimo, ribadito con forza da esponenti dell'opposizione come il senatore del Movimento Cinque Stelle Ettore Licheri -8.

Un voto senza quorum ma con effetti concreti

L'assenza di un quorum strutturale, prevista per i referendum costituzionali dall'articolo 138, non rende la consultazione meno decisiva. Al contrario, trasforma il voto del 22 e 23 marzo in un test di forza tra due visioni opposte del ruolo della magistratura e del suo rapporto con la politica. Che si tratti di un "salto nel buio", come lo definiscono i critici, o di una "rivoluzione liberale", per citare le parole del vicepremier Antonio Tajani, la riforma inciderà profondamente sull'architettura istituzionale del paese, modificando la composizione degli organi di autogoverno e, potenzialmente, la natura stessa del rapporto tra pm e giudici -3. E mentre la politica si prepara alle ultime settimane di campagna elettorale, con il centrodestra chiamato a mobilitare i propri elettori e il centrosinistra a difendere il proprio zoccolo duro, l'unica certezza resta l'incertezza, destinata a dissolversi solo davanti ai risultati definitivi che usciranno dalle urne.

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