L'Islanda dice no all'Ue: la scrittrice Ólafsdóttir e il giornalista Guetta sul voto che gela Bruxelles

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La lunga giornata di votazioni si è chiusa con un verdetto che, seppur nei margini ristretti del pronostico, ha finito per consegnare un risultato netto: il popolo islandese ha bocciato la proposta di riaprire i negoziati con l'Unione europea, un'opzione che avrebbe potuto ribaltare decenni di isolamento pattizio dal continente.

Il 52,8% dei votanti si è espresso contro la riapertura del tavolo diplomatico, mentre il 47,2% ha sostenuto il sì, in una consultazione che ha visto una partecipazione alle urne ben superiore alla media registrata nelle ultime tornate elettorali locali, segno di quanto il tema divida profondamente l'opinione pubblica sull'isola di ghiaccio e fuoco.

L'esito, per quanto non imprevisto nei sondaggi che davano il fronte del rifiuto in leggero vantaggio, ha comunque rappresentato una doccia fredda per gli ambienti di Bruxelles, dove si sperava in un'inversione di tendenza dopo i timidi segnali di apertura emersi negli ultimi mesi da parte di alcuni esponenti politici islandesi.

La lettura della scrittrice: "Ha vinto la paura dell'ignoto"

Auður Ava Ólafsdóttir, la penna più celebre dell'isola, tradotta in tutto il mondo e pubblicata in Italia da Einaudi con titoli come "Hotel Silence", "Miss Islanda" e il recente "Dj Bambi", accoglie il verdetto con un misto di rassegnazione e lucida analisi sociologica, che affonda le radici nella storia culturale e geografica del suo Paese.

La incontriamo in un caffè del centro di Reykjavik, dove il vento gelido che sferza le vetrate sembra quasi fare da controcanto a un umore collettivo diviso tra l'incertezza e la volontà di preservare un modello di sviluppo autonomo; secondo la scrittrice, il risultato non va letto tanto come un rigetto dell'Europa in sé, quanto piuttosto come il trionfo di una sindrome antica, quella che spinge una comunità di pescatori e vulcanologi a guardare con sospetto tutto ciò che proviene da oltre l'oceano.

"Ha vinto la paura dell'ignoto, del cambiamento", sostiene Ólafsdóttir con la sua prosa asciutta e tagliente, osservando che la campagna referendaria ha fatto leva sugli istinti più conservatori, quelli che vedono nell'adesione all'Ue una minaccia per la sovranità sulla pesca e per le politiche agricole fortemente protezioniste che hanno garantito all'isola una prosperità invidiata da molti vicini europei.

La scrittrice, tuttavia, non nasconde una punta di amarezza per quella che definisce una "occasione mancata", un'opportunità per uscire da un isolamento che, pur essendo stato storicamente una scelta, rischia di trasformarsi in una gabbia dorata in un mondo che cambia a velocità vertiginosa.

Bernard Guetta: "L'Islanda si mette in disparte, ma a soffrire sarà la Groenlandia"

Una lettura diametralmente opposta, e forse più politica, arriva invece da Bernard Guetta, giornalista ed editorialista di lungo corso, che non usa giri di parole nel definire la scelta islandese come un atto di arroccamento strategico, una decisione che condanna Reykjavik a restare ai margini del grande gioco degli equilibri continentali.

"Un piccolo Paese come l'Islanda, che con i suoi 400mila abitanti ha una popolazione pari alla metà di quella del Lussemburgo, ha deciso di rimanere in disparte dal mondo e dalle sue sfide", commenta Guetta, sottolineando come la dimensione demografica dell'isola, appena 400.000 anime, la renda di per sé vulnerabile alle crisi globali e ai mutamenti degli assetti geopolitici, un fatto che avrebbe dovuto spingere verso una maggiore integrazione piuttosto che verso la chiusura.

Secondo il giornalista, il voto non rappresenta soltanto una sconfitta per l'Unione europea, che perde l'occasione di allargare il proprio bacino di influenza nell'Atlantico settentrionale, ma soprattutto una condanna per la Groenlandia, il cui futuro politico ed economico resta appeso a dinamiche che l'Islanda, con il suo no, ha scelto di non contribuire a determinare.

"A soffrire di più sarà proprio la Groenlandia", insiste Guetta, spiegando che l'isola danese, già in bilico tra le pressioni di Washington e le sirene di Copenaghen, si troverà ora a fare i conti con un partner islandese che ha scelto la via dell'autonomia a oltranza, indebolendo il fronte comune dei Paesi artici che avrebbero potuto fare da contrappeso alle mire di altre potenze mondiali.

Il gelo di Bruxelles e i sospetti su interferenze esterne

La reazione ufficiale della Commissione europea, filtrata attraverso un comunicato che brucia per la sua freddezza burocratica, è stata quella di un formale "prendere atto" del risultato, ma dietro le quinte del Palazzo Berlaymont si respira un'aria di profonda delusione, acuita dai sospetti che il voto possa essere stato influenzato da operazioni di disinformazione orchestrata da potenze straniere.

Il testo ufficiale, che si limita a dichiarare che "la Commissione prende atto dell'esito del referendum e rispetta la scelta del popolo islandese" aggiungendo che "l'Islanda rimane uno stretto partner dell'Unione europea", tradisce nella sua asciuttezza tutto il fastidio di un'esecutivo che aveva investito risorse diplomatiche per avvicinare l'isola al mercato unico, sperando di replicare il modello norvegese ma con una partecipazione più attiva alle dinamiche decisionali.

Il fatto che, in occasione di questo voto, siano emerse tracce di una campagna sui social network riconducibile a profili anonimi e a siti di dubbia affidabilità, ha alimentato a Bruxelles il timore che il no sia stato in qualche modo pilotato da attori esterni, anche se per ora si tratta solo di indizi che gli inquirenti islandesi stanno vagliando con la massima riservatezza.

Il risultato, che ha visto il fronte del sì fermarsi al 47,2% nonostante un endorsement convinto da parte dei principali partiti di centro-sinistra, lascia aperto un interrogativo sulla capacità dell'isola di restare aggrappata al proprio modello di sviluppo senza rimanere schiacciata dalle scelte che altri faranno al suo posto, in un'Artico sempre più conteso e in un'Europa che, pur ferita, guarda a ovest con l'occhio di chi non ha intenzione di rinunciare del tutto alla partita islandese.

La vittoria del No, come sottolinea la scrittrice Ólafsdóttir, non chiude però definitivamente la partita, perché il dibattito sull'Europa è ormai una ferita aperta nella società islandese, destinata a riaprirsi a ogni nuova crisi economica o geopolitica che scuoterà le fondamenta del piccolo Stato atlantico.

Mentre a Reykjavik i sostenitori del No festeggiano nei pub del centro, brandendo bicchieri di brennivín e inneggiando alla sovranità riconquistata, negli uffici di Bruxelles si comincia già a fare i conti con la possibilità che questo voto rappresenti un precedente pericoloso per altri Paesi candidati, un segnale che il fascino dell'Unione non è più quello di una volta.

Il referendum, va ricordato, chiedeva semplicemente di riaprire le trattative, non sanciva un'adesione immediata, ma la scelta di non voler nemmeno sedersi al tavolo diplomatico è apparsa a molti osservatori come un atto di chiusura mentale che mal si concilia con la storia di un popolo di navigatori e commercianti, abituato a solcare i mari più tempestosi alla ricerca di nuove rotte.

La scrittrice, con la sua prosa che mescola il dolore alla leggerezza, confida che quella che oggi appare una sconfitta possa trasformarsi in una lezione, e che l'Islanda, magari tra qualche anno, si troverà a dover ripercorrere la strada che oggi ha scelto di interrompere, magari con una consapevolezza diversa e meno condizionata dalle paure ataviche che hanno caratterizzato questa campagna elettorale.

Il verdetto di questo referendum, che ha registrato un'affluenza considerevole e un margine di scarto di poco superiore ai cinque punti percentuali, rappresenta un nuovo capitolo nella lunga e tormentata relazione tra l'Islanda e il continente europeo, una relazione fatta di alti e bassi, di aperture e ripiegamenti su sé stessi.

La scelta di restare fuori dall'Unione, pur mantenendo l'accesso al mercato unico attraverso lo Spazio economico europeo, garantisce a Reykjavik una posizione di comodo che le consente di beneficiare dei vantaggi economici senza sottostare agli obblighi politici e giuridici che Bruxelles impone ai suoi membri; ma, come fa notare Guetta, in un'epoca di crisi climatiche e di riarmo globale, restare ai margini significa anche rinunciare a contare, a pesare sulle scelte che riguardano l'assetto del vicino Artico.

L'Unione europea, dal canto suo, incassa il colpo e si prepara a gestire le ripercussioni diplomatiche, consapevole che il no islandese potrebbe avere un effetto domino su altre realtà periferiche, come le Fær Øer o la stessa Groenlandia, che guardano con interesse crescente alle vicende di chi, come l'Islanda, ha saputo costruire un modello di benessere basato su risorse naturali e su una gestione oculata della propria sovranità.

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