Il piano in 15 punti di Trump e i nodi che stringono la trattativa con l’Iran

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nelle pieghe della diplomazia, quella stessa diplomazia che il 28 febbraio aveva visto fallire ogni tentativo di scongiurare il conflitto, si tenta oggi di ricucire ciò che venticinque giorni di guerra hanno lacerato in modo forse irreparabile. Il tempo, in questo caso, non ha certo agevolato il compito: quattro settimane di bombardamenti reciproci tra Stati Uniti, Israele e Iran hanno allargato il fronte della discordia, moltiplicando i nodi sul tavolo fino a renderli una matassa aggrovigliata dove al tema originario – il programma nucleare – si sono aggiunte questioni di controllo territoriale e, più implicitamente, di egemonia regionale.

La situazione, stando agli sviluppi più recenti, si muove su due binari opposti e difficilmente conciliabili. Da un lato c’è l’apertura, per quanto cauta, di Washington a un negoziato; un cambio di passo, questo, che sarebbe maturato dopo un confronto diretto tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e i ministri degli Esteri di Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan. Sono stati questi interlocutori, secondo fonti vicine ai summit, a convincere la Casa Bianca a tentare la carta della trattativa. Dall’altro lato, però, si erge la fermezza di Teheran, che non solo non ha abbassato la guardia sul piano militare ma ha scelto di rispondere con una retorica di rottura, deridendo gli sforzi americani.

L’asse portante di questo possibile riavvicinamento, o almeno del tentativo statunitense, sarebbe rappresentato dal cosiddetto “piano in 15 punti”. Un documento, mai divulgato nella sua interezza, che nelle intenzioni di Trump dovrebbe costituire la base per un’intesa complessiva, capace di arginare le ambizioni nucleari della Repubblica Islamica e di ridefinire gli equilibri nella regione. Il nodo, tuttavia, non è solo nel contenuto di quelle clausole, ma nella possibilità concreta di trasferirle dal tavolo dei progettisti a quello dei negoziatori.

A complicare ulteriormente il quadro, nelle ultime ore, è arrivata la presa di posizione dei vertici militari iraniani. In un video diffuso dalla televisione di Stato, il tenente colonnello Ebrahim Zolfaghari, portavoce del quartier generale centrale dell’esercito iraniano, ha liquidato con toni sprezzanti le iniziative statunitensi. La sua accusa, per certi versi simbolica di un atteggiamento più ampio, è che gli americani stiano di fatto negoziando “solo con se stessi”, cercando di mascherare quella che a Teheran viene considerata una posizione di debolezza. Una lettura, questa, che riconduce la crisi a un mero rapporto di forza, dove la diplomazia viene intesa non come strumento di pace ma come prosecuzione della guerra con altri mezzi.

Le vie della diplomazia tra mediazioni e dinieghi

Mentre la retorica si inaspriva, sul terreno dei contatti informali si registravano movimenti contraddittori. Il Pakistan, emerso come uno degli attori chiave nella fase di mediazione, avrebbe ricevuto l’incarico di consegnare a Teheran la proposta di accordo elaborata dagli Stati Uniti. Un gesto concreto, volto a rompere il ghiaccio, che però si è scontrato con una realtà fatta di dinieghi e temporeggiamenti. L’ambasciatore iraniano in Pakistan ha infatti smentito con decisione l’esistenza di colloqui diretti, un’operazione di “take and deny” che lascia intendere come, anche se un canale fosse stato aperto, nessuna delle due parti sia disposta ad ammetterlo pubblicamente per non apparire come la più desiderosa di una tregua.

La fragilità di questo impianto negoziale è evidente anche nella questione logistica, a tratti quasi paradossale: secondo fonti citate da Reuters, mentre la proposta è passata di mano in mano, le parti starebbero ancora discutendo sul dove incontrarsi. Un dettaglio apparentemente minore, ma che in realtà fotografa il clima di reciproca diffidenza che impedisce persino di concordare un terreno neutrale. In parallelo, si moltiplicano i segnali di un coinvolgimento più ampio degli attori regionali: l’Iran, pur negando il negoziato con Washington, ha dato segni di apertura verso i mediatori arabi, mentre il Qatar ha sollecitato un coinvolgimento diretto dei Paesi del Golfo nei negoziati, tentando di allargare la base di consenso attorno a un possibile cessate il fuoco.

Il fronte orientale e il ruolo di Pechino

A complicare ulteriormente la partitura diplomatica interviene il fattore cinese. La Cina, che negli ultimi anni ha consolidato il proprio ruolo di partner strategico di Teheran, ha scelto di esercitare una pressione pubblica sull’alleato, chiedendo esplicitamente all’Iran di trattare. Un’ingerenza, quella di Pechino, che se da un lato potrebbe essere letta come un tentativo di scongiurare un’escalation dai costi economici insostenibili per le proprie forniture energetiche, dall’altro rischia di irrigidire ulteriormente la posizione iraniana, costretta a dimostrare di non essere una pedina nelle mani di nessuno.

I nodi sul tavolo, quindi, restano numerosi e di complessa soluzione. Il “piano in 15 punti” di Trump, pur rappresentando un tentativo di sistematizzare le richieste americane, si trova a fare i conti con una realtà bellica che ha generato nuove e profonde fratture. La proliferazione delle parti in causa, con mediatori che vanno dal Pakistan al Qatar fino alla Turchia, crea un eccesso di voci che rende più difficile trovare un filo conduttore. La guerra, iniziata per l’impossibilità di trovare un accordo, prosegue oggi sotto il peso di quella stessa impossibilità, aggravata da venticinque giorni di scontri che hanno trasformato un contenzioso tecnico sul nucleare in un conflitto aperto per il controllo delle rotte e dell’influenza regionale.

L’ombra lunga dello Stretto di Hormuz

Tra i punti di attrito emersi con maggiore virulenza in queste settimane c’è la questione della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, un passaggio obbligato per una fetta significativa del petrolio mondiale. Sebbene non formalmente inserito come clausola pubblica del piano americano, il tema del controllo delle acque territoriali iraniane è diventato uno dei nodi più spinosi, una sorta di ostaggio del conflitto che Teheran utilizza per esercitare pressione sulla comunità internazionale. L’ipotesi, circolata negli ambienti diplomatici, di una “tassa” per il transito rappresenterebbe un’ulteriore linea di attrito, trasformando un problema geopolitico in una questione di diritto marittimo internazionale.

Nonostante le aperture pubbliche di Trump e il via vai di diplomatici tra le capitali del Golfo e il Pakistan, il governo iraniano non ha finora mostrato alcun segnale di cedimento. La fermezza militare, ribadita dal portavoce militare, si accompagna a una narrazione interna che dipinge l’America come un attore in affanno, costretto a cercare una via d’uscita per non subire una sconfitta sul campo. Una narrazione che, se da un lato alimenta il morale interno, dall’altro riduce drasticamente lo spazio di manovra per chi, come il Pakistan o il Qatar, tenta di gettare un ponte tra due rive che sembrano allontanarsi sempre di più.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.