Netflix si tira indietro dalla corsa per Warner Bros., Paramount si prepara all’acquisizione da 110 miliardi

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La partita per il controllo di Warner Bros. Discovery, una delle major più iconiche di Hollywood, ha subito una sterzata improvvisa e definitiva, destinata a ridisegnare gli equilibri dell’intero settore dell’intrattenimento globale. Netflix, il colosso dello streaming che a dicembre sembrava aver messo le mani su una fetta sostanziosa dell’eredità di Warner, ha ufficialmente gettato la spugna, comunicando ai propri azionisti e al mercato la decisione di non proseguire oltre nella trattativa. La posizione della società guidata da Ted Sarandos e Greg Peters, maturata al termine di un consiglio di amministrazione convocato d’urgenza, arriva dopo che il board di Warner Bros. ha qualificato come “superiore” l’ultima offerta presentata da Paramount Skydance, la società guidata da David Ellison e sostenuta dal padre Larry, fondatore di Oracle. Una definizione, quella di “offerta superiore”, che ha innescato le clausole contrattuali previste dall’accordo preliminare siglato a dicembre con Netflix, obbligando di fatto la piattaforma streaming a scegliere se rilanciare o abbandonare il campo.

E la scelta, a conti fatti, è ricaduta sulla seconda opzione. “Alla cifra necessaria per eguagliare l’ultima proposta di Paramount Skydance, l’operazione non è più finanziariamente attraente”, hanno dichiarato Sarandos e Peters in una nota congiunta, spiegando le ragioni di un passo indietro che lascia senza parole gli analisti di settore. “L’accordo che avevamo negoziato – prosegue la nota – avrebbe creato valore per gli azionisti e aveva un chiaro percorso per l’approvazione regolatoria. Tuttavia, siamo sempre stati disciplinati”. Un’ammissione di resa che suona come una vittoria per David Ellison, il quale ha condotto una campagna d’acquisto aggressiva, fatta di rilanci continui e di una strategia che mirava non solo alle attività studi e allo streaming di Warner, ma all’intero pacchetto societario, incluse le reti televisive via cavo come CNN, TNT e la Food Network. La proposta di Paramount, che valuta l’intero gruppo Warner circa 110 miliardi di dollari, inclusivo del debito, prevede un corrispettivo di 31 dollari per azione in contanti, un deciso miglioramento rispetto ai 27,75 dollari dell’intesa con Netflix che invece riguardava solo le divisioni film e streaming.

I dettagli di un’offerta che ha cambiato le carte in tavola

Non si è trattato soltanto di una questione di prezzo, per quanto il differenziale fosse divenuto incolmabile. Fonti vicine alla trattativa rivelano che Paramount ha dovuto mettere sul piatto anche sostanziose garanzie per superare lo scoglio rappresentato dalla penale che Warner Bros. avrebbe dovuto pagare a Netflix in caso di rottura del loro accordo. Una penale, quest’ultima, che ammontava a circa 2,8 miliardi di dollari e che Paramount si è detta pronta a coprire per intero, aggiungendo inoltre un’ulteriore clausola da 7 miliardi nel caso in cui l’intera operazione dovesse fallire per ragioni legate al via libera degli enti regolatori. Un impegno economico notevole, quest’ultimo, che testimonia la determinazione della società guidata da David Ellison a portare a termine la fusione, creando un nuovo gigante mediatico in grado di competere ad armi pari con Disney e, ironia della sorte, con la stessa Netflix. Se l’accordo dovesse superare lo scoglio dell’antitrust e ottenere il voto favorevole degli azionisti in un’assemblea già calendarizzata per il prossimo 20 marzo, la nuova entità metterebbe insieme patrimoni artistici di inestimabile valore: da un lato i franchise di Paramount, che spaziano da “Mission: Impossible” a “Transformers” e “Top Gun”, dall’altro i marchi di Warner, con “Harry Potter”, “Il Signore degli Anelli” e l’intero universo DC. Una concentrazione di proprietà intellettuale senza precedenti, a cui si aggiungerebbe la fusione delle piattaforme streaming HBO Max, forte di circa 131 milioni di abbonati, e Paramount+, con i suoi 78 milioni di utenti.

La posizione di James Cameron e il confronto con i regolatori

A gettare ulteriore benzina sul fuoco di un dibattito già infuocato, nelle settimane precedenti all’epilogo della vicenda, era stata la presa di posizione di James Cameron. Il regista di “Avatar” e “Titanic”, da sempre paladino dell’esperienza cinematografica in sala, aveva inviato una lettera al senatore Mike Lee, a capo del sottocomitato antitrust, per esprimere la sua ferma opposizione all’ipotesi di una cessione degli studi Warner a Netflix. Una cessione che, nelle parole di Cameron, sarebbe stata “disastrosa” per l’industria, causando la chiusura di sale, una contrazione della produzione e una perdita di posti di lavoro a catena. “Il modello di business di Netflix è direttamente in conflitto con quello della produzione e distribuzione cinematografica tradizionale, che impiega centinaia di migliaia di americani”, si legge nella missiva, in cui il regista auspicava implicitamente un epilogo diverso, come quello che poi si è concretizzato con l’ascesa di Paramount. Le parole di Cameron, che pure non hanno avuto un peso diretto e formale nella decisione del board, hanno contribuito ad alimentare un clima di opinione pubblica e politica sfavorevole all’operazione con Netflix, un clima che Ted Sarandos aveva cercato di mitigare con una visita alla Casa Bianca proprio nelle ore cruciali della trattativa.

Le reazioni del mercato e i prossimi passi dell’operazione

Se dal punto di vista industriale e artistico le valutazioni possono essere molteplici e complesse, la Borsa ha invece parlato un linguaggio chiaro e univoco. All’annuncio del ritiro di Netflix dalla corsa, il Titolo del colosso dello streaming ha registrato un balzo di quasi il 14% nelle contrattazioni after-hours, segno che gli investitori hanno accolto con favore la decisione di non inseguire un’acquisizione ritenuta ormai troppo onerosa e potenzialmente diluitiva per gli utili. Al contrario, le azioni di Warner Bros. Discovery hanno subito un calo, venendo meno le aspettative di una guerra di rilanci che avrebbe potuto far lievitare ulteriormente il prezzo. Ora la palla passa agli azionisti di entrambi i gruppi e, soprattutto, alle autorità di regolamentazione. L’operazione, che di fatto crea un nuovo colosso dai contorni enormi, dovrà ottenere il via libera dalla Federal Trade Commission e dalla FCC, in un contesto politico delicato, segnato dalla rielezione di Donald Trump alla presidenza. Un passaggio, quello regolatorio, che si preannuncia complesso, ma che Paramount si è detta pronta ad affrontare forte delle garanzie finanziarie messe in campo e della solidità del proprio piano industriale.

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