Netflix si ritira dalla corsa per Warner Bros., Paramount vince la partita con un’offerta da 111 miliardi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il colosso dello streaming, che solo lo scorso dicembre aveva raggiunto un accordo di massima per rilevare gli studi cinematografici e le divisioni streaming di Warner Bros. Discovery, compreso il canale HBO e la piattaforma Max, per una cifra vicina agli 83 miliardi di dollari, ha gettato la spugna. La decisione, ufficializzata nella serata di giovedì 26 febbraio con una nota congiunta dei co-amministratori delegati Ted Sarandos e Greg Peters, arriva al termine di una settimana convulsa che ha visto Paramount Skydance, sostenuta dalla potenza finanziaria della famiglia Ellison, alzare progressivamente il tiro. L’offerta rivale, che secondo le ultime indicazioni si attesta sui 111 miliardi di dollari, è stata giudicata dal consiglio di amministrazione di Warner Bros. Discovery una “proposta superiore”, innescando così la clausola che concedeva a Netflix pochi giorni per pareggiare o superare la somma.

“Nice to have, non un must have”: la filosofia di Netflix dietro il dietrofront

La comunicazione ufficiale della piattaforma, nota per la sua crescita organica e per aver sempre evitato acquisizioni di questa portata, è stata netta e priva di ambiguità. “Siamo sempre stati disciplinati”, hanno spiegato Sarandos e Peters, “e al prezzo richiesto per eguagliare l’ultima offerta di Paramount Skydance, l’operazione non è più finanziariamente interessante”. Una dichiarazione che suona come un epitaffio per quella che sarebbe stata la più grande trasformazione industriale nel mondo dell’intrattenimento digitale, e che conferma come per i vertici di Netflix l’acquisto di Warner fosse considerata un’opzione desiderabile solo a determinate condizioni economiche, e mai a tutti i costi. Fonti vicine agli advisor della compagnia, citate dalla stampa internazionale, rivelano che il consiglio era stato unanime nel raccomandare il ritiro: non aveva senso, secondo il ragionamento fatto, inseguire un prezzo ritenuto ormai irrazionale, soprattutto in una sfida contro un bilionario come Larry Ellison, co-fondatore di Oracle e padre dell’amministratore delegato di Paramount, David Ellison, disposto a spingersi ben oltre i limiti considerati ragionevoli dalla controparte. La reazione del mercato, del resto, ha dato implicitamente ragione alla scelta del management: il Titolo Netflix, dopo l’annuncio del ritiro, ha registrato un balzo superiore al dieci per cento.

L’offerta di Paramount e il ruolo dei fondi sovrani

La proposta presentata da Paramount Skydance, che ora si appresta a mettere sotto lo stesso tetto una porzione immensa dell’industria dell’intrattenimento, non si basa solo sull’aumento del prezzo per azione, portato a 31 dollari contro i 27,75 offerti inizialmente da Netflix. L’operazione, del valore complessivo di circa 111 miliardi di dollari, prevede clausole significative per agevolare il passaggio di consegne e superare gli ostacoli normativi. Paramount si è impegnata a coprire interamente la penale da 2,8 miliardi di dollari che Warner Bros. Discovery dovrebbe pagare a Netflix per la rottura del precedente accordo, e ha aumentato fino a 7 miliardi di dollari la penale che pagherebbe qualora l’intera fusione dovesse fallire per il mancato via libera delle autorità antitrust. A sostenere l’imponente sforzo finanziario, oltre alla liquidità della famiglia Ellison, che attraverso il Ellison Trust ha incrementato il proprio impegno di capitale fino a 45,7 miliardi di dollari, ci sono anche ingenti risorse provenienti da fondi sovrani del Medio Oriente, con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti pronti a iniettare complessivamente 24 miliardi. Un pool di banche, tra cui Bank of America, Citi e Apollo, ha nel frattempo garantito linee di credito per oltre 57 miliardi.

L’incognita Antitrust e la partita politica a Washington

Ora che Netflix si è ufficialmente ritirata, la parola passa agli organismi di regolamentazione. La fusione tra Paramount e Warner Bros. Discovery, che unirebbe due dei maggiori studi hollywoodiani, due piattaforme di streaming come Paramount+ e Max, e due testate giornalistiche di rilievo globale come la CBS e la CNN, dovrà superare l’esame dell’Antitrust americano e di quelli internazionali. Nonostante il periodo di attesa preliminare previsto dalla legge Hart-Scott-Rodino sia già scaduto, un passaggio che Paramount ha pubblicamente sottolineato come l’assenza di un “impedimento statutario” negli Stati Uniti, il Dipartimento di Giustizia mantiene la piena facoltà di aprire un’istruttoria approfondita e, se necessario, di presentare una causa per bloccare l’operazione. Il procuratore generale della California, il democratico Rob Bonta, ha già fatto sapere che l’indagine del suo ufficio è ancora aperta e che la revisione sarà condotta con il massimo rigore, mentre senatori come Elizabeth Warren e Bernie Sanders hanno espresso preoccupazione per le possibili implicazioni politiche di un accordo che vede coinvolti gli Ellison, noti per i loro legami con l’amministrazione del presidente Donald Trump, tornato alla Casa Bianca. La partita, insomma, è tutt’altro che chiusa: l’accordo tra i consigli di amministrazione è solo il primo atto di una vicenda che si giocherà ora nelle aule dei tribunali e negli uffici delle authority di mezzo mondo.

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