L’intelligence americana smentisce Trump: “L’Iran non ha ricostruito l’arricchimento dell’uranio”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Una crepa destinata ad allargarsi, quella che si è aperta a Washington nel corso dell’audizione della direttrice dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, di fronte alla commissione del Senato. La numero uno delle spie americane, infatti, ha messo nero su bianco — consegnando il testo della sua relazione ai senatori — ciò che la Casa Bianca e, in particolare, il presidente Donald Trump, hanno sempre negato: la Repubblica islamica dell’Iran non ha tentato di ricostruire i propri impianti di arricchimento dell’uranio dopo il violento attacco congiunto di Stati Uniti e Israele del giugno 2025. Un’ammissione che arriva in un momento particolarmente delicato del conflitto, minando alla base la narrativa dell’“imminente minaccia” utilizzata dall’amministrazione per giustificare l’operazione militare, nome in codice “Epic Fury”, e la successiva escalation. La stessa Gabbard, ed è questo un dettaglio che non passa inosservato a Capitol Hill, ha omesso di leggere ad alta voce quella specifica parte della sua deposizione, costringendo un senatore democratico a sollecitarla sull’argomento per ottenere una conferma pubblica di quanto già scritto. “Come risultato di ‘Operation Midnight Hammer’”, si legge nel rapporto annuale sulla valutazione delle minacce, “il programma di arricchimento nucleare iraniano è stato spazzato via e non si registrano tentativi, da allora, di ricostruire tale capacità”.

Il nodo politico, adesso, si fa sempre più spinoso per l’inquilino della Casa Bianca. Da un lato, le sue dichiarazioni pubbliche, che dipingevano Teheran a poche settimane dalla bomba e che hanno giustificato non solo i bombardamenti dello scorso anno ma anche le operazioni più recenti iniziate a fine febbraio; dall’altro, il responso freddo e documentato delle sue stesse agenzie di intelligence, le quali certificano che l’arsenale nucleare iraniano, nei fatti, non esiste più e che la leadership iraniana, per quanto militarmente degradata e privata di figure chiave come l’ayatollah Ali Khamenei, rimane sostanzialmente intatta nella sua struttura di potere. Una contraddizione talmente palese da aver innescato reazioni immediate all’interno dello stesso apparato di sicurezza: un alto collaboratore della Gabbard, che aveva guidato l’opposizione alla guerra con l’Iran quando era deputata, si è dimesso proprio martedì, denunciando l’assenza di una qualsiasi minaccia imminente e accusando il presidente Trump di essere stato mal guidato da Israele e da certa stampa. Si tratta di uno strappo che lascia il segno, perché arriva da figure vicine alla linea isolazionista e anti-interventista del presidente, e che dimostra quanto la fiducia nelle motivazioni del conflitto si stia incrinando.

Il regime regge, la narrativa vacilla

Se sul fronte nucleare l’intelligence è chiara nel certificare lo stato di “obliterazione” degli impianti, altrettanto netta è la valutazione sulla tenuta del governo iraniano. Nonostante le settimane di raid, nonostante l’eliminazione fisica del Leader Supremo e di decine di comandanti delle Guardie della Rivoluzione, il cosiddetto “regime” non mostra segni di cedimento strutturale. Anzi, come emerge da rapporti riservati citati da fonti vicine al dossier e riportati da testate autorevoli come il Washington Post, il sistema di potere iraniano appare persino più radicato e “intransigente” di prima, con il controllo saldamente nelle mani del delle Guardie della Rivoluzione Islamica e della nuova leadership, che ha rapidamente consolidato la propria posizione attorno alla figura del nuovo leader Mojtaba Khamenei. Le spie americane, in sostanza, ci dicono che la struttura portante della Repubblica islamica è stata progettata per assorbire colpi di questa portata e sopravvivere, proprio perché la sua forza non risiede nell’individuo ma nel sistema.

La Gabbard, nel corso della sua audizione, ha tracciato un quadro che suona come una parziale rettifica delle posizioni più trionfalistiche provenienti dall’ala dura dell’amministrazione. Da un lato, ha confermato che l’Iran ha subito perdite pesantissime e che le sue capacità militari sono state gravemente degradate; dall’altro, ha dovuto ammettere che la macchina statale, seppur colpita, continua a funzionare e che, in caso di sopravvivenza del regime, questo probabilmente intraprenderà uno sforzo pluriennale per ricostruire le proprie forze convenzionali, missili e droni inclusi. Una prospettiva, quest’ultima, che allontana qualsiasi ipotesi di una vittoria rapida e che getta ombre lunghe su una strategia americana apparsa fin da subito poco chiara negli obiettivi finali. Gli alleati regionali, del resto, guardano con crescente apprensione a questo stallo, consapevoli che l’indebolimento dell’Iran non si è tradotto in un suo crollo, ma piuttosto in una situazione di prolungata instabilità che li espone al rischio di rappresaglie e rappresaglie, con i raid di droni e missili che continuano a colpire obiettivi in Giordania, Iraq e nel Golfo.

Il silenzio e le pressioni

La posizione della direttrice dell’Intelligence nazionale, in tutto questo, è diventata rapidamente scomoda. La sua storia personale di oppositrice delle guerre all’estero e il suo recente silenzio pubblico sull’escalation in Iran — un silenzio che dura da quando, a fine febbraio, sono ricominciati i raid congiunti con Israele — hanno alimentato le voci di un suo progressivo allontanamento dai centri decisionali. Secondo quanto ricostruito da Politico, la Gabbard sarebbe stata esclusa dalla pianificazione militare sull’Iran fin dall’estate scorsa, quando le bombe americane colpirono per la prima volta gli impianti nucleari. Un emarginazione che trova conferma nella testimonianza al Senato, dove ha dovuto subire le pressioni dei democratici per estrapolare una verità che la Casa Bianca preferirebbe non vedere pubblicizzata. Il fatto che un suo stretto collaboratore, Joe Kent, si sia dimesso proprio alla vigilia dell’audizione dalla direzione del Centro nazionale antiterrorismo in segno di protesta contro la guerra, aggiunge un ulteriore tassello a un quadro di crescente isolamento.

La testimonianza della Gabbard, dunque, non è solo un atto dovuto al controllo parlamentare, ma diventa il grimaldello con cui l’opposizione — e non solo — cerca di fare luce sulle reali motivazioni di un conflitto che si trascina ormai da mesi. I servizi di intelligence, dal canto loro, si limitano a fotografare la realtà: l’Iran non ha la bomba e non sta cercando di farsela adesso, ma il suo governo, seppur indebolito, non mostra alcuna intenzione di arrendersi. Una smentita secca alle parole del presidente, che aveva promesso di “rendere l’America di nuovo sicura” eliminando la minaccia nucleare iraniana alla radice, ma che ora si trova di fronte a un paradosso. La minaccia è stata rimossa, come gli stessi 007 certificano, eppure la guerra continua, con obiettivi che appaiono sempre più confusi e con un alleato, Israele, che spinge per una risoluzione militare definitiva che gli Stati Uniti, da soli, forse non sono in grado di garantire.

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