L’omicidio di Olmo, la fuga e la chiamata al 112: il movente passionale al centro delle indagini

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Redazione Interno Redazione Interno   -   È stata una lite scoppiata in pochi istanti a trasformare la rotatoria di Olmo, nella periferia di Arezzo, in un teatro di sangue, un episodio di violenza che ha avuto come scenario un piazzale antistante un locale, in un’area solitamente molto trafficata ma che nella tarda serata di venerdì era già avvolta dal silenzio. Gjergj Pergegaj, trentenne di origini albanese, è stato raggiunto da diversi colpi di pistola – secondo le prime ricostruzioni almeno tre, ma gli inquirenti parlano di quattro o cinque esplosioni – uno dei quali, mortale, lo ha colpito alla gola. Nonostante l’arrivo immediato di un’ambulanza, dell’auto medica e delle volanti della polizia, per il giovane non c’è stato nulla da fare: il Corpo, coperto da un telo bianco che lasciava intravedere una macchia rossa all’altezza del collo, è rimasto a lungo al centro della scena mentre i sanitari ne constatavano il decesso.

Le indagini, coordinate dalla pm Emanuela Greco e condotte dalla Squadra Mobile di Arezzo con il supporto del dirigente Davide Comito, si sono subito concentrate sulla ricostruzione dei rapporti tra la vittima e l’aggressore, un connazionale di 35 anni, B.E. le sue iniziali, muratore incensurato e residente da anni nella zona di Rigutino. Ciò che emerge, e che rappresenta il filo conduttore dell’inchiesta, è il movente passionale: la sera del delitto, Pergegaj, che aveva appena finito il proprio turno di lavoro in un ristorante della zona, si sarebbe fermato a parlare con la sua ex fidanzata, la quale lavora come cameriera proprio in uno dei locali lì vicino. La presenza dei due, insieme, sarebbe stata notata dall’attuale compagno della ragazza, il quale – secondo quanto riferito dai primi testimoni – avrebbe perso la testa, estraendo una pistola e facendo fuoco contro il rivale. Al centro della contesa, quindi, c’è una donna, la stessa che sarebbe stata presente sul luogo del delitto e che è già stata sentita dagli inquirenti per chiarire la natura dei rapporti e le eventuali tensioni pregresse.

Dopo lo sparo, l’uomo si è dato alla fuga a bordo della sua Audi bianca, innescando una vera e propria caccia all’uomo che ha visto impegnate diverse pattuglie della polizia e dei carabinieri, con posti di controllo allestiti lungo le principali arterie di uscita dalla città. L’epilogo, tuttavia, è arrivato circa due ore dopo, quando lo stesso 35enne ha contattato il numero unico per le emergenze 112, dichiarando la propria responsabilità con un laconico “Sono stato io” e indicando la propria posizione sulle colline di Rigutino. Gli agenti lo hanno trovato a bordo della propria auto, in attesa dell’arresto, senza opporre resistenza. Con lui è stata rinvenuta anche l’arma del delitto, una pistola che, secondo gli accertamenti, sarebbe risultata rubata circa un anno fa e che l’uomo deteneva illegalmente.

L’ipotesi della premeditazione e il contesto giudiziario

Pur essendo stata delineata con chiarezza la dinamica materiale del fatto – con l’aggressore che ha esploso i colpi a bruciapelo dopo aver visto la vittima parlare con la propria compagna – la Procura di Arezzo sta ora lavorando per definire con esattezza il contesto in cui è maturato il delitto, un aspetto che risulta decisivo ai fini della qualifica giuridica del reato. L’accusa mossa nei confronti del 35enne, infatti, non è quella di semplice omicidio volontario, bensì di omicidio volontario con premeditazione, un’aggravante che implica la pianificazione dell’atto e che trasforma il gesto impulsivo in un’azione ponderata, seppur maturata in un lasso di tempo anche breve. La pm Greco ha già contestato ufficialmente questa ipotesi, che andrà verificata attraverso l’analisi dei movimenti precedenti allo sparo e l’eventuale esistenza di contatti o incontri tra i due rivali nelle ore antecedenti il delitto.

Oltre all’omicidio, all’uomo viene contestato anche il reato di porto abusivo di arma da fuoco, aggravato dalla circostanza che il proiettile, esploso nell’area pubblica antistante i locali, ha messo in pericolo l’incolumità dei presenti. Sebbene l’indagato si sia consegnato spontaneamente e abbia collaborato con gli inquirenti durante l’arresto, l’attenzione degli investigatori resta focalizzata sulla ricostruzione della genesi del litigio: si cerca di capire se si sia trattato di un incontro fortuito o se, al contrario, vi fosse già in atto un clima di tensione. A tal proposito, la testimonianza della donna contesa, che lavora nel locale e che si trovava sul posto, è considerata centrale per verificare eventuali messaggi o comportamenti pregressi che possano far luce sul movente. Il della vittima è stato trasferito all’obitorio dell’ospedale San Donato di Arezzo, in attesa dell’autopsia che sarà disposta nei prossimi giorni, mentre l’indagato è stato portato nel carcere di Arezzo a disposizione dell’autorità giudiziaria.

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