Il concordato preventivo slitta al 31 ottobre e studia i “premi fedeltà” per chi rinnova

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La scadenza del 30 settembre, che per decenni ha rappresentato un appuntamento immutabile per i contribuenti italiani, perde improvvisamente la sua centralità. Nel cantiere della riforma fiscale targata dal viceministro Maurizio Leo, che pure sta procedendo a ritmi serrati, emerge una modifica sostanziale per le partite IVA: il termine per aderire al concordato preventivo biennale relativo al periodo 2026-2027 è destinato a slittare in avanti di un mese esatto, fissando la nuova e ultima data utile al 31 ottobre. Si tratta di una correzione, quest’ultima, che non ha solo un sapore tecnico ma che risponde all’esigenza di rendere più fluida la compliance; l’obiettivo dichiarato è quello di allineare questa scadenza con la presentazione telematica delle dichiarazioni dei redditi, dell’Irap e degli indici sintetici di affidabilità fiscale (Isa), evitando così un doppio stress per gli uffici delle Entrate e per i contribuenti stessi. L’annuncio, arrivato nel corso di un evento promosso da Confartigianato, non si è limitato a ridisegnare il calendario ma ha aperto una finestra su un più ampio pacchetto di benefici pensati soprattutto per chi ha già accettato il patto fiscale nel passato biennio. La platea di riferimento è rilevante: circa 460mila partite IVA che, dopo l’adesione al concordato 2024-2025, si trovano ora davanti al bivio del rinnovo.

Un nuovo pacchetto di incentivi per evitare la desistenza

La strategia del Ministero dell’Economia, in questo frangente, si muove lungo il crinale della premialità; l’idea di fondo è che per consolidare lo strumento sia necessario rendere tangibili i vantaggi per chi rinnova la fiducia nel meccanismo dell’accordo preventivo. Tra le misure più concrete allo studio, delle quali si parla ormai da settimane, spicca l’innalzamento delle soglie per l’esonero dal visto di conformità; un meccanismo, quest’ultimo, che potrebbe essere innalzato fino a 100mila euro per i crediti Iva e fino a 70mila per le imposte dirette e l’Irap. Non si tratta, però, dell’unico beneficio in arrivo: si discute anche di un significativo taglio dei termini a disposizione del Fisco per gli accertamenti (riducendoli di due anni) e, elemento forse ancor più simbolico, dello stop alla maturazione degli interessi per i versamenti che vengono dilazionati a rate. Se a questo si aggiunge l’ipotesi di rivedere le aliquote di incremento del reddito previste per i punteggi Isa più alti (con la prospettiva di dimezzarle per i “voti” dall’8 in su), lo scenario che si delinea per i professionisti e i piccoli imprenditori cambia radicalmente: si premia, in sostanza, la continuità della collaborazione volontaria con l’erario.

Le incognita del software e il nuovo allineamento tecnico

Sullo sfondo delle dichiarazioni politiche, però, rimangono i nodi applicativi che hanno sempre caratterizzato la gestione di questo complesso strumento. Lo slittamento al 31 ottobre, lungi dall’essere una mera concessione di tempo, sembra essere stato dettato anche da necessità operative contingenti: il software che l’Agenzia delle Entrate dovrebbe mettere a disposizione – entro la data, originariamente fissata al 15 aprile – per la trasmissione dei dati finalizzata all’elaborazione della proposta, ha subito, come era già accaduto in passato, un ritardo nei rilascio. Rimandando la deadline delle adesioni, di fatto si allineano i tempi anche per la macchina informatica del Fisco, dando ossigeno ai commercialisti che in questi mesi hanno dovuto gestire le modifiche apportate dal decreto correttivo della riforma. L’intero perimetro della legge si è arricchito di un emendamento parlamentare, presentato da Fratelli d’Italia, che recepisce queste intenzioni di rinvio e di rafforzamento dei benefici; un passaggio legislativo, questo, che consentirà di “lavorare” sulla piattaforma con più serenità, assicurandosi che la proposta di concordato tenga effettivamente conto delle recenti novità previste per i contribuenti Isa.

Le “porte girevoli” dell’accordo: la clausola di uscita flessibile

C’è poi un versante che tocca da vicino la psicologia del contribuente medio, ovvero la paura di rimanere legato a un reddito concordato troppo basso o, al contrario, a un accordo che diventi svantaggioso per sopravvenute crisi economiche. In considerazione di uno scenario internazionale ancora segnato da tensioni e da una pressione inflazionistica non del tutto rientrata – sebbene il Governo guardi con cautela al futuro –, il viceministro Leo ha aperto pubblicamente alla possibilità di prevedere una modalità di “uscita soft” dal patto fiscale già a partire dal 2027. Ciò significa che, in caso di imprevisti congiunturali, il professionista o l’imprenditore potrebbe sciogliersi dal vincolo biennale senza incorrere nelle penalità ordinarie previste per la violazione del concordato (che normalmente comportano la decadenza e il ripristino degli ordinari poteri di accertamento). Di fatto, si cerca di eliminare l’elemento di rigidità che storicamente ha frenato molti soggetti Isa dall’avventurarsi in questo tipo di pianificazione fiscale, offrendo una valvola di sfogo calcolata in anticipo. L’operazione verità sulla riscossione promossa dal direttore dell’Agenzia, Vincenzo Carbone, che ha parlato apertamente di un “magazzino” della riscossione pieno di posizioni insuscettibili di incasso (come quelle di società ormai estinte o defunti), fa da contraltare a questa spinta verso la collaborazione: si pulisce il portafoglio dei crediti inesigibili mentre si offrono agevolazioni a chi è ancora in attività.

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