L’Adhd tra i banchi e le mura domestiche: il professor Santilli illustra a Lamezia strategie e segnali del disturbo
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Redazione Salute
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A Lamezia Terme il dibattito sul disturbo da deficit di attenzione e iperattività si è concretizzato in un confronto aperto con le famiglie e gli educatori, lontano dai freddi formalismi clinici che spesso riducono il fenomeno a una mera statistica. Lo scorso 14 maggio, il salone della parrocchia “Beata Maria Vergine Addolorata” ha fatto da cornice a un convegno che ha visto protagonista il professor Marco Santilli, pedagogista di chiara fama, il quale ha accolto l’invito del parroco Don Emanuele Gigliotti, presenti anche i saluti introduttivi di Paola Muraca. L’incontro è servito a ribadire un concetto fondamentale, spesso disperso nella quotidianità frenetica degli istituti scolastici: l’Adhd non è una semplice indisciplina, bensì una complessa architettura neurologica che altera la percezione del tempo, la gestione degli impulsi e la capacità di pianificazione, esattamente quelle che gli specialisti chiamano “funzioni esecutive”.
I segnali da cogliere in classe e l’importanza di una diagnosi tempestiva
Spetta agli adulti, specie a quelli che popolano i banchi di scuola, il compito di intercettare quei segnali che la ricerca descrive come “campanelli d’allarme”. Il professor Santilli, durante il suo intervento, ha insistito sulla necessità di abbandonare un approccio punitivo per abbracciarne uno strutturale, dove l’insegnante diventa mediatore piuttosto che giudice; una svolta che richiede la creazione di routine visibili e la frammentazione dei compiti in piccoli step, strategie queste che l’esperto definisce fondamentali per non disperdere l’attenzione dell’alunno. La scuola, da sola, non può tuttavia chiudere il cerchio: il rischio concreto è quello di lasciare il bambino in un limbo di incomprensioni, dove l’insuccesso scolastico alimenta una spirale di bassa autostima che si riversa inevitabilmente tra le mura domestiche, generando conflitti che nulla hanno a che fare con la volontà del ragazzo.
Dall’educazione alla terapia: un legame neurologico con le dipendenze
Il tema del convegno non ha esaurito la sua complessità nella dimensione puramente educativa, aprendosi a scenari clinici che riguardano la transizione verso l’età adulta. È qui che si innesta la riflessione portata avanti simultaneamente in altri contesti nazionali, come nel caso del convegno tenutosi il 15 maggio a Varese, organizzato dall’AIFA Lombardia, dove si è analizzato nel dettaglio il legame, spesso ignorato dai servizi territoriali, tra Adhd e dipendenze patologiche. La neurofisiologia lo spiega senza mezzi termini: il cervello di chi è affetto da Adhd cerca una compensazione della dopamina, il neurotrasmettitore del piacere e della gratificazione, e se non trova risposte nella quotidianità (risultati scolastici, soddisfazioni lavorative), l’organismo può inconsapevolmente orientarsi verso sostanze o comportamenti compulsivi come l’azzardo o l’abuso di alcol.
Il vuoto sanitario nell’età adulta e le nuove figure professionali
Sebbene la conoscenza del disturbo sia aumentata, la macchina sanitaria italiana mostra crepe preoccupanti quando si passa dalla neuropsichiatria infantile ai servizi per adulti. A Varese, gli esperti hanno ribadito che mentre il minore può contare su una rete (seppur intasata da lunghe liste d’attesa), una volta compiuti i diciotto anni ci si scontra spesso con l’impreparazione dei SerD e dei centri di salute mentale, luoghi dove la comorbilità tra Adhd e dipendenza viene raramente diagnosticata correttamente. Per tamponare questa falla nascono figure ibride come l’Adhd Coach, una professionalità presentata a Varese che si occupa di tradurre la teoria in azione quotidiana: insegnare a gestire il tempo, a rispettare una scadenza o a organizzare le bollette, laddove la psicoterapia da sola non basta. A Lamezia, come altrove, l’appello del professor Santilli sembra andare proprio in questa direzione: quella di una “prescrizione” non solo farmacologica, ma ambientale, dove famiglia e scuola sono chiamate a una alleanza terapeutica più stretta, senza delegare interamente al servizio sanitario la gestione di una neurodiversità che si manifesta ogni ora del giorno.




