Pensioni, l'Ocse disegna un futuro di lavoro fino a 70 anni per l'Italia
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Redazione Esteri
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L'allungamento della vita e il mutamento demografico, fattori che ormai caratterizzano la struttura sociale di molte nazioni, stanno riscrivendo in maniera profonda le regole del ritiro dal lavoro a livello globale. Per le generazioni che si affacciano ora sul mercato occupazionale, la pensione si configura sempre più come un traguardo destinato a spostarsi in avanti nel tempo, un orizzonte che si allontana progressivamente. L'Italia, con la sua peculiare combinazione di longevità e bassi tassi di natalità, si trova in prima linea in questa trasformazione epocale, al punto che il recente rapporto «Panorama delle Pensioni 2025» dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico delinea per il paese un futuro con un'età pensionabile che potrebbe toccare i 70 anni.
Uno sguardo ai numeri del presente
Il documento dell'Ocse, che fornisce un'analisi comparativa tra i paesi membri, colloca l'Italia in una posizione particolare e per certi versi contraddittoria. Se da un lato, infatti, l'età legale per accedere alla pensione è fissata a 67 anni – un dato superiore alla media Ocse di 66,1 anni – l'età media effettiva alla quale si cessa di lavorare, calcolata nel 2024, si attesta a 63,3 anni, una cifra che risulta inferiore di quasi un punto percentuale rispetto alla media dell'organizzazione. Questo scarto, significativo, indica una fuoriuscita anticipata dal mercato del lavoro che coesiste, paradossalmente, con l'innalzamento formale dell'asticella.
La questione occupazionale e il divario di genere
A pesare sulle prospettive del sistema pensionistico italiano, oltre al noto rapido invecchiamento della popolazione, contribuisce in modo decisivo il tasso di occupazione dei cosiddetti lavoratori senior. Sebbene il dato relativo alle persone tra i 60 e i 64 anni sia raddoppiato a partire dal 2012, attestandosi al 47% nel 2024, esso rimane di ben 10 punti percentuali al di sotto della media Ocse. Una forbice che evidenzia le difficoltà di trattenere e reimpiegare i lavoratori più anziani, i quali, spesso, finiscono per uscire precocemente dall'occupazione attiva. A questo si aggiunge un ulteriore elemento di criticità, messo in luce dallo studio: il divario di genere che continua a penalizzare fortemente le donne, le quali, a causa di carriere più discontinue e retribuzioni mediamente inferiori, si trovano ad affrontare la terza età con assegni pensionistici più bassi.
La spesa pensionistica in un contesto globale
Nonostante le uscite anticipate e le disparità, l'Italia si conferma uno dei paesi che destina alla spesa pensionistica una fetta del proprio Pil tra le più consistenti dell'intera area Ocse. Questo dato, apparentemente positivo, è in realtà il riflesso di uno squilibrio di fondo: le entrate del sistema, messe sotto pressione dal rapporto sempre meno favorevole tra contribuenti attivi e pensionati, faticano a reggere un impegno di spesa così elevato. È proprio questa tensione strutturale, aggravata dalle tendenze demografiche in atto, a spingere verso un rialzo dell'età pensionabile, indicato non come una scelta discrezionale ma come una necessità per il mantenimento della sostenibilità del sistema nel lungo periodo.




