Pensioni, l'Ocse conferma: in Italia si andrà a 70 anni dal 2067
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Redazione Esteri
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L’età normale per andare in pensione in Italia, secondo quanto ribadito con forza dall’Ocse nel suo rapporto “Panorama delle Pensioni 2025”, è destinata a toccare i 70 anni a partire dal 2067. Questa proiezione, che delinea un orizzonte lavorativo sensibilmente più ampio per le generazioni future, non costituisce una novità isolata ma trova un preciso riscontro nelle analisi della Ragioneria generale dello Stato. La quale, peraltro, ipotizza un ulteriore incremento fino a 70 anni e 8 mesi entro il 2084, una data oltre la quale le previsioni ufficiali, al momento, non si spingono. L’aumento progressivo dell’età pensionabile, un meccanismo che gradualmente sposta in avanti il traguardo del ritiro dal lavoro, si configura attualmente come la leva principale su cui si fonda la sostenibilità di un sistema previdenziale chiamato a fronteggiare sfide demografiche senza precedenti.
La pressione demografica sui conti previdenziali
All’origine di questo slittamento, che colloca l’Italia in una ristretta cerchia di Paesi – insieme a Danimarca, Estonia, Paesi Bassi e Svezia – con un’età di uscita così elevata, vi è l’inarrestabile invecchiamento della popolazione. L’allungamento della speranza di vita, unito a un tasso di natalità che persiste su livelli strutturalmente bassi, sta alterando gli equilibri demografici, creando una pressione insostenibile sulle casse dello Stato. Il rapporto Ocse, nel suo esame dettagliato, stima che entro il 2050 ci saranno 52 over 65 ogni 100 persone in età lavorativa, un dato che, se confrontato con le 33 del 2025 e le appena 22 del 2000, rende evidente la portata della trasformazione in atto. Una trasformazione che, di fatto, ridisegna il patto generazionale su cui si basano i sistemi pensionistici a ripartizione.
Un trend comune ma con tempistiche differenti
La tendenza a innalzare l’età per il pensionamento, va sottolineato, non è un’esclusiva italiana ma interessa oltre la metà dei 38 Stati aderenti all’organizzazione con sede a Parigi. Le soglie definitive, tuttavia, presentano forbici molto ampie: si va dai 62 anni vigenti in nazioni come Colombia, Lussemburgo e Slovenia, fino proprio ai 70 anni o più previsti per il gruppo di testa di cui l’Italia fa parte. L’organizzazione, inoltre, ha calcolato che l’età pensionabile media per chi inizia a lavorare oggi si attesterà attorno ai 66 anni, segnando un aumento di circa due anni rispetto a coloro che hanno concluso la propria carriera nel 2024. Si delinea, in questo modo, un panorama internazionale eterogeneo, sebbene accomunato dalla necessità di adeguarsi a un contesto sociale ed economico in profondo mutamento.
Il modello italiano e le sue prospettive future
Il percorso che porta ai 70 anni, per come è stato strutturato nel sistema italiano, rappresenta dunque la risposta istituzionale a un’evidenza aritmetica. L’innalzamento dell’età, se da un lato posticipa l’accesso ai benefici pensionistici, dall’altro mira a garantire la sopravvivenza stessa del meccanismo di welfare, assicurando che le risorse complessive siano sufficienti a coprire le prestazioni promesse. Un simile approccio, che implica una riorganizzazione complessiva delle fasi della vita lavorativa, finisce per influenzare non solo le politiche pubbliche ma anche le scelte individuali in materia di occupazione, risparmio e pianificazione finanziaria, orientando le strategie di lungo periodo di un’intera collettività.




