Starmer in Cina, fra pragmatismo economico e malumori a Londra

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La scelta del primo ministro britannico Keir Starmer di volare a Pechino, seguendo di poco le orme del suo omologo canadese, disegna una mossa calibrata su precisi calcoli economici, i quali, nondimeno, sollevano interrogativi di non poco conto sulla coerenza politica di un esecutivo che pure aveva fatto dei diritti umani una delle sue bandiere. L’accordo, che ha portato alla revoca dei dazi sul whisky scozzese e a nuovi impegni miliardari per investimenti come quello di AstraZeneca, è stato infatti barattato – come rivelano alcune indiscrezioni – con l’assenso di Londra all’apertura della nuova, imponente ambasciata cinese nella capitale britannica. Una trattativa concreta, quella condotta da Starmer, la cui natura pragmatica è stata dallo stesso primo ministro esibita come un trofeo, ma che non può nascondere la complessità di un rapporto con un gigante come la Cina, spesso opaco nei suoi meccanismi e fermo nel respingere ogni ingerenza sulle sue questioni interne.

Una missione per due pubblici

La trasferta asiatica, con il suo epilogo a Shanghai fra un incontro con studenti d’arte e una passeggiata sul Bund, si configura dunque come una cartolina inviata da terre lontane con un duplice, evidente destinatario. Da un lato, l’elettorato domestico, al quale si promette di rinsaldare relazioni commerciali vitali in un frangente di instabilità economica globale; dall’altro, i partner internazionali, a partire dall’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ai quali si intende dimostrare di possedere una propria autonomia negoziale e un ventaglio di opzioni su un tavolo geopolitico sempre più incerto. Il sinologo Francesco Sisci, in una recente conversazione, ha sottolineato come questa sorta di riapertura di un canale privilegiato con Pechino, avvenuta a distanza ravvicinata da analoga mossa canadese, possa essere interpretata come un segnale di frattura nella compattezza del fronte occidentale, un elemento che, com’è facile intuire, non può lasciare indifferenti gli Stati Uniti.

Il leader e il suo malessere interno

Se all’estero Starmer cerca di cucirsi addosso l’abito dello statista di respiro internazionale, il contesto politico in patria gli riserva una prova assai più ardua, dove i consensi sembrano erodersi con una rapidità che ha dell’allarmante. La maggioranza che lo sostiene, infatti, appare tutt’altro che solida, con una fetta consistente dell’elettorato che manifesta una crescente insofferenza verso la sua leadership, percepita a tratti come incolore e poco incisiva sulle questioni di vita quotidiana. Questo malessere, che serpeggia silenzioso ma tangibile, costituisce il contraltare necessario per comprendere appieno la mossa cinese, letta da molti osservatori anche come un tentativo di rinfrescare un’immagine pubblica appannata e di trovare fuori dai confini nazionali quella popolarità che in casa comincia a scarseggiare in modo preoccupante.

Il pragmatismo e le sue ombre

Il viaggio, pertanto, lungi dall’essere un atto meramente simbolico o innocuo, getta una luce cruda sulle priorità dell’esecutivo di Londra, le quali sembrano oggi ruotare in maniera quasi esclusiva attorno alla sfera economica e del dialogo commerciale, accantonando – almeno in questa fase – quelle istanze sui valori che pure avevano caratterizzato la retorica della campagna elettorale. Il pragmatismo, elevato a virtù politica suprema, mostra qui il suo volto più spregiudicato, accettando di intrecciare rapporti più stretti con un attore globale la cui influenza cresce in modo esponenziale, ma il cui modello di governo e di società rimane distante anni luce da quello professato ufficialmente dal Regno Unito. Una scelta che, mentre tenta di sanare le ferite di un’economia in affanno, rischia di aprire nuovi fronti di polemica sia in patria sia nel più ampio scenario delle alleanze tradizionali.

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