L'Europa e il suo sogno elettrico, tra visione e pragmatismo
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Redazione Economia
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La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, nel suo recente discorso sullo stato dell’Unione, ha delineato con chiarezza – e non poca ambizione – il futuro della mobilità continentale, che ella immagina elettrica, accessibile e, soprattutto, profondamente europea. Un’autovettura che sia non soltanto lo strumento per decarbonizzare il presente ma anche il simbolo di un’industria che costituisce, a tutti gli effetti, uno dei pilastri dell’identità economica e manifatturiera del Vecchio Continente. Questa visione, sebbene apparentemente uscita da un’utopia futuribile, è stata calibrata con un approccio tipicamente pragmatico, volto a conciliare gli ideali green con le imprescindibili esigenze del mercato e della produzione.
Proprio in quest’ottica, e mentre echi di dubbi e perplessità giungono dal salone dell’IAA Mobility di Monaco, si inserisce la richiesta di maggiore flessibilità avanzata dal cancelliere tedesco Friedrich Merz riguardo al divieto di vendita di veicoli con motore a combustione interna a partire dal 2035. Merz, intervenuto dopo le dichiarazioni di altri big dell’industria automobilistica come il CEO di BMW e Jean-Philippe Imparato di Stellantis, ha ribadito come la transizione verso la mobilità a zero emissioni rimanga un obiettivo irrinunciabile, pur sottolineando la necessità per Bruxelles di valutare percorsi meno rigidi per raggiungerlo, tenendo conto delle complessità tecnologiche e degli investimenti necessari.
D’altra parte, le posizioni di chi vede in qualsiasi tentennamento un pericoloso passo indietro non si sono fatte attendere. William Todts, direttore esecutivo di Transport & Environment, ha espresso forti preoccupazioni, avvertendo che un eventuale cambio di rotta sull’agenda 2035 rischierebbe di marginalizzare l’Europa nella corsa globale verso l’elettrificazione, lasciando il campo libero ai competitor internazionali che stanno investendo massicciamente in quel settore.




