Trump rimodella Gaza, fuori l'Unrwa e dentro le sue società
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Redazione Esteri
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L’egemonia statunitense, che straborda da ogni paragrafo del progetto per la Striscia di Gaza, si sta materializzando con una concretezza che non ammette repliche. Le licenze più altruistiche, che Washington si sente di concedere, riguardano la nomina di aiutanti e alleati – tutti in ruoli rigidamente subordinati – e l’assegnazione delle responsabilità economiche a soggetti privati, molti dei quali legati a doppio filo con l’entourage del presidente. In una architettura di potere così verticistica, non viene lasciato alcuno spazio per le decisioni di organismi internazionali o giudiziari, i quali, senza essere nemmeno contestati, vengono semplicemente ignorati come fastidiosi relitti di un ordine superato.
La diplomazia dei piani unici
“Oltre a quello di Trump, non esiste un piano B”. Questa la dichiarazione perentoria rilasciata in Israele da uno degli inviati speciali, giunto a Gerusalemme dopo altri rappresentanti di fiducia per blindare il cessate il fuoco. La stessa frase, del resto, è stata ripetuta come un mantra, a sottolineare l’assoluta mancanza di alternative contemplate. Mentre al Cairo si discutevano i dettagli operativi di una eventuale “Fase 2”, che includerebbe il complesso disarmo del gruppo armato e la futura amministrazione della Striscia, i negoziati procedevano tra alti e bassi, sebbene con un cauto ottimismo. Da un’altra capitale mediorientale, un leader ha lanciato un messaggio di speranza per la ricostruzione, affermando che “Gaza si rialzerà di nuovo, nessuno ne dubiti”, una visione che contrasta platealmente con le macerie presenti sul terreno.
L’assalto al multilateralismo
Proprio nel giorno in cui si commemoravano gli ottant’anni delle Nazioni Unite, l’amministrazione americana ha di fatto dichiarato aperta la sua guerra all’Onu e a quel multilateralismo che ne è il fondamento. Una offensiva, questa, i cui effetti più immediati ricadranno sugli aiuti umanitari, tradizionalmente gestiti da agenzie internazionali che ora vengono estromesse. L’annuncio dell’apertura di nuovi centri nutrizionali da parte dell’organizzazione mondiale appare, in questo contesto, come un tentativo di mantenere una presenza in un territorio il cui controllo sta rapidamente mutando. Parallelamente, i media locali riportano notizie riguardanti il doloroso ritorno di altre salme di ostaggi, un tassello che aggiunge pathos a una vicenda già di per sé straziante.
Un futuro a geometrie variabili
La trasformazione di Gaza in una sorta di protettorato americano, in attesa di progetti di sviluppo che alcuni definiscono deliranti, procede senza che la sorte della sua popolazione costituisca una variabile primaria. La questione palestinese, con i suoi diritti e le sue aspirazioni, viene ridotta a un mero dettaglio in un disegno più ampio di assestamento geopolitico. Di fronte a questa inedita configurazione, che alcuni osservatori paragonano a una colonizzazione economica, le parti locali tentano di non scomparire dal tavolo dei giochi, rilanciando il ruolo di una loro istituzione storica nella speranza di ritagliarsi uno spazio di rappresentanza.




