Iperammortamento 2026, il governo rimodella l'incentivo con una coperta più corta
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Redazione Economia
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Mentre il disegno di legge di bilancio è all'esame della commissione al Senato, le modifiche proposte dal governo delineano un futuro per l'iperammortamento che, se da un lato ne garantisce la sopravvivenza fino al 2026, dall'altro ne comprime significativamente la portata innovativa e gli stimoli più ambiziosi. L'emendamento, che riprende e riscrive una proposta parlamentare, conferisce infatti una prospettiva temporale quasi triennale allo strumento, rispondendo così a una delle richieste più pressanti del mondo produttivo, la quale chiedeva chiarezza e stabilità per programmare gli investimenti. Tuttavia, la stessa operazione di modifica comporta una serie di restrizioni che, nel loro complesso, rischiano di attenuare l'impatto trasformativo che il meccanismo avrebbe potuto generare.
La rimozione della maggiorazione per il 5.0
Il punto più critico della riformulazione governativa risiede nell'eliminazione della cosiddetta maggiorazione per gli investimenti 5.0, un elemento che avrebbe dovuto costituire il cuore pulsante della transizione verso modelli industriali di frontiera. Questa scelta, dettata evidentemente da esigenze di contenimento della spesa pubblica all'interno di quel perimetro di "quattro miliardi di euro" più volte richiamato, segna una netta discontinuità rispetto alle attese. Se, come ha dichiarato il ministro Adolfo Urso, l'impegno è stato mantenuto "con tutte le imprese che hanno presentato le proposte per Transizione 5.0", garantendo loro "gli incentivi programmati", il futuro dello strumento appare meno generoso per le nuove adesioni. Viene a mancare, in sostanza, quella premialità aggiuntiva che avrebbe potuto spingere le aziende verso soluzioni ancor più avanzate in termini di efficienza energetica e integrazione digitale, due pilastri su cui si fonda la nuova fase industriale.
Aggiornamenti tecnici e nuovi limiti geografici
Parallelamente alla compressione degli stimoli fiscali, l'emendamento introduce altre due novità di rilievo, le quali vanno in direzioni opposte. Da una parte, si procede a un necessario aggiornamento degli allegati tecnici – il catalogo dei beni materiali e immateriali agevolabili – allineandoli all'evoluzione tecnologica, un'operazione di per sé positiva che evita l'obsolescenza dello strumento. Dall'altra, viene imposto un vincolo di provenienza, limitando gli incentivi ai soli beni "Made in EU", una mossa che risponde a logiche di sovranità industriale e sostegno alla produzione comunitaria ma che potrebbe imporre vincoli di approvvigionamento alle imprese. In questo quadro, salta anche la prevista revisione periodica degli allegati, un meccanismo che avrebbe garantito flessibilità e adattamento continuo, lasciando quindi il catalogo sostanzialmente immutato per un lungo periodo nonostante il dinamismo del settore tecnologico.
Il bilanciamento tra stabilità e ambizione
Il risultato finale, dunque, è un incentivo profondamente rimodellato, il quale cerca di bilanciare la necessità di offrire un orizzonte certo con i vincoli di bilancio stringenti. La "coperta corta" dei fondi disponibili ha imposto scelte che privilegiano l'ampiezza della platea e la durata temporale rispetto all'intensità dello stimolo per le tecnologie di punta. Il ministro Urso ha sottolineato come siano stati conseguiti "tre obiettivi", riferendosi probabilmente alla conferma degli impegni per Transizione 5.0 e per la Zes unica del Mezzogiorno, oltre alla prosecuzione dello strumento. Tuttavia, la rimozione della premialità energetica 5.0 e l'introduzione del criterio di fabbricazione comunitaria disegnano un meccanismo più conservativo, il cui successo nel trainare una trasformazione profonda del sistema produttivo dovrà essere valutato nei fatti, osservando come le imprese reagiranno a un ventaglio di opportunità che, se più stabile, appare anche meno spinto verso l'eccellenza tecnologica.




