Sanremo, quel ponte tra Fedez e Masini costruito sul "male necessario"

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un filo sottile che lega la disperazione cantautorale degli anni Novanta, quella di Marco Masini capace di raccontare il disagio di una generazione, e il rap introspettivo di Fedez, che degli strappi dell’anima ha fatto, negli ultimi tempi, la sua cifra stilistica più autentica. Questo filo, a Sanremo 2026, si è materializzato in Male necessario, il brano che i due presentano in finale e che li vede protagonisti di un sodalizio artistico nato quasi per gioco un anno fa, quando reinterpretarono Bella stronza nella serata delle cover. Da allora, qualcosa è cambiato: l’empatia tra i due, come raccontano loro stessi in queste ore convulse che precedono la proclamazione del vincitore, si è trasformata in una frequentazione assidua, fatta di scambi continui e di una complementarietà che in sala stampa, chi scrive ha potuto constatarlo, lascia sorpresi anche i cronisti più navigati. Masini, con la sua calma apparentemente serafica – quella che lui stesso definisce una dote innata e che, per sua ammissione, sta trasmettendo per osmosi al più giovane collega – ha trovato in Fedez un interlocutore capace di comprendere la profondità di certi testi, quelli che parlano di cadute e rinascite.

Il racconto della genesi di questo incontro, che Fedez ha voluto condividere con un post dedicato proprio alla vigilia dell’ultima serata, assume i contorni di una gratitudine reciproca che va oltre la competizione canora. “Prima di questa serata finale ci tengo a ritagliarmi un attimo di tempo per ringraziare Marco per questa fantastica avventura insieme”, ha scritto il rapper, parole che riecheggiano quelle spese in conferenza stampa, quando ha ribadito come il vero obiettivo – citando del resto un passaggio del loro stesso brano – non possa essere la meta, ma imparare a godersi il viaggio. Un viaggio che per Masini, classe 1964, rappresenta una sorta di seconda giovinezza artistica: ritrovarsi primo su Spotify a sessantun’anni, lui che veniva dal pulire le tastiere nello studio di Bigazzi, lo ha definito “un miracolo”. Eppure, proprio nel momento del trionfo personale, affiora nei suoi discorsi una malinconia inaspettata, un tassello mancante che nulla ha a che fare con le classifiche.

La fragilità come denominatore comune, tra assenze e rinascite

Se il palco dell’Ariston è da sempre luogo di dichiarazioni e confessioni, Marco Masini ne ha approfittato per aprire uno squarcio sulla sua vita privata, quella che di solito tiene lontana dai riflettori. “Sono triste solo perché non ho figli e non ho la possibilità di farli sentire orgogliosi”, ha confessato ai giornalisti, parole che suonano come un contrappunto malinconico al successo strepitoso del brano. Non c’è, nelle sue frasi, rammarico per la carriera o per il tempo che passa – anzi, salire sul palco con ragazzi di vent’anni lo rende felice – ma la consapevolezza di un’esperienza, quella della paternità, che non ha potuto vivere. In questo scenario, il rapporto con Fedez assume una sfumatura quasi filiale, o quantomeno educativa. “Non avendo avuto figli non ho potuto sviluppare responsabilità nei confronti dei giovani”, ha spiegato il cantautore fiorentino, e lavorare con Federico gli ha dato la possibilità di ascoltare e di far evolvere la sua musica, in una sorta di scambio generazionale che lui stesso definisce come l’essere l’uno a scuola dell’altro.

Dall’altra parte, Fedez non ha mai nascosto di essere stato, per sua stessa ammissione, il peggior nemico di se stesso. Un’introspezione che lo porta oggi a dichiararsi consapevole degli errori del passato, pur senza la possibilità di cambiarli. La differenza tra i due, semmai, sta nella natura delle avversità subite: se Masini ha dovuto sopportare, come ha ricordato lo stesso rapper, vessazioni totalmente ingiustificate nel corso della sua carriera, Fedez ha sempre avuto un rapporto conflittuale con la propria immagine, un’altalena di cadute e risalite che trova perfetta sintesi in versi come “Da questa notte resto solo insieme a me, toccando il fondo in una stanza di un hotel”. E quel fondo, per entrambi, è stato spesso illuminato dalla depressione, un’esperienza vissuta sulla propria pelle e che costituisce il vero ponte emotivo tra due generazioni apparentemente lontane.

Il testo e il senso di una collaborazione che va oltre la gara

Scritto insieme a Federica Abbate, Alessandro La Cava e Antonio Iammarino, Male necessario si presenta come un mantra sulla crescita personale e sulla resilienza. Il riferimento ai figli, del resto, è esplicito: “Ogni padre inizia come fosse un Dio, ma poi finisce che diventa un alibi” e ancora “Quando crescerai e non mi chiederai nemmeno più il permesso, si impara vedrai che i mostri non stanno soltanto sotto al letto”. Versi che Fedez, padre di due bambini, vive con una partecipazione particolare, e che Masini interpreta con quella sua voce inconfondibile, restituendo al testo una dignità cantautorale che va oltre la semplice melodia sanremese. La gente pudica giudica, si dice nel brano, e c’è un passaggio che sembra voler mettere le mani avanti rispetto ai facili moralismi: “Che brutta gente che frequenta Fedez, ma ci si dimentica sempre che Giuda se la faceva con gente per bene”. Un’autodifesa ironica, ma anche un modo per ribadire che le apparenze, spesso, ingannano.

A poche ore dalla proclamazione, Fedez e Masini si dicono già soddisfatti. “Il rischio di entrare papi e uscire cardinali? Noi non siamo proprio entrati in seminario”, ha scherzato il rapper, ribadendo che qualsiasi risultato arriverà sarà un di più. Quello che conta, per loro, è che il brano sia riuscito a entrare in contatto con le persone, scalando le classifiche e diventando una piccola colonna sonora per chi, in questi giorni, si è riconosciuto in quelle parole. Il fatto che la loro performance si evolva di sera in sera, che cerchino di entrare sempre più dentro la canzone, è la prova di una dedizione al mestiere che Masini, forte dei suoi trentasei anni di carriera, ha insegnato al più giovane collega. E mentre fuori dal teatro, affacciati a un balcone di Corso Matteotti, i due hanno già sperimentato l’affetto della folla cantando il brano insieme ai fan, dentro l’Ariston non resta che attendere il verdetto. Qualunque esso sia, questo incrocio di strade ha già prodotto qualcosa di raro: un dialogo autentico tra due artisti che, forse, avevano ancora molto da dirsi.

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