«Non cerchiamo armi atomiche, ma non cederemo a richieste eccessive»: la linea di Pezeshkian al crocevia tra diplomazia e sfiducia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nel corso delle celebrazioni per il quarantasettesimo anniversario della rivoluzione islamica, tenutesi ieri a Teheran dinanzi a una folla radunatasi in piazza Azadi, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha scandito con chiarezza la posizione del suo esecutivo in merito al contenzioso nucleare che da settimane torna a polarizzare il confronto – indiretto, ma serrato – con Washington. Pur ribadendo la piena disponibilità della Repubblica islamica a sottoporsi a «qualsiasi verifica» internazionale atta a certificare l’assenza di finalità belliche nel programma di arricchimento dell’uranio, Pezeshkian ha al contempo tracciato un confine netto, quasi scultoreo, rispetto a quelle che ha definito «richieste eccessive» avanzate dagli Stati Uniti; richieste le quali, unitamente a quel «grande muro di sfiducia» eretto – a suo dire – dall’Occidente e dall’amministrazione Trump, rischiano di vanificare la fragile ripresa del dialogo -1-6-9.

Il riferimento del capo dello Stato iraniano, occorre ricordarlo, si innesta in una cornice temporale e fattuale estremamente densa: solo pochi giorni or sono, nella capitale dell’Oman, si è tenuto il primo round di negoziati dopo oltre otto mesi di silenzio diplomatico, una pausa forzata dalle operazioni militari che lo scorso giugno avevano visto aerei statunitensi e israeliani colpire impianti nucleari sul territorio persiano. È in quel frangente, come più volte rimarcato dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che Teheran ha maturato quella «amara esperienza» – sono parole sue – di vedersi attaccata mentre era impegnata in trattative; circostanza che oggi alimenta un atteggiamento di guardia e condiziona inevitabilmente il mandato stesso della delegazione iraniana -3-8.

Il nodo delle ispezioni e lo stallo con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica

A rendere ancor più intricato il mosaico, del resto, non concorrono soltanto le variabili geopolitiche o il riposizionamento delle flotte statunitensi nel Mar Arabico – con il presidente Trump che ha ventilato l’invio di un secondo gruppo di portaerei – ma anche lo stato dei rapporti con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Dal giugno 2025, infatti, l’accesso degli ispettori Aiea è stato drasticamente limitato da una legge approvata dal parlamento iraniano; si tratta di una norma che subordina la ripresa delle verifiche ordinarie a due condizioni precise: la condanna formale, da parte dell’Agenzia, dei raid condotti contro gli impianti di Teheran, e la garanzia di riservatezza sui dati sensibili relativi all’industria nucleare nazionale -5-10. Condizioni, queste, che allo stato non risultano soddisfatte e che di fatto cristallizzano una situazione di stallo, per quanto Pezeshkian abbia apertamente dichiarato che il suo governo è disposto a fornire garanzie verificabili circa l’esclusività civile del proprio programma.

Il doppio binario su cui l’Iran tenta di muoversi – apertura procedurale da un lato, intransigenza sostanziale dall’altro – emerge con chiarezza anche dalle dichiarazioni rese da Araghchi all’emittente Russia Today: il capo della diplomazia iraniana ha rivelato di aver incaricato i propri uffici di elaborare una «proposta pratica» che possa garantire, in maniera giuridicamente vincolante, la non proliferazione, salvaguardando al contempo ciò che Teheran considera un diritto inalienabile, ovvero l’utilizzo della tecnologia nucleare per la produzione di energia elettrica, radiofarmaci e applicazioni agricole -3. Una formula, quella tratteggiata da Araghchi, che cerca evidentemente di coniugare l’irrinunciabilità dell’arricchimento – su cui il ministro è stato tranchant, affermando che «nessuno ha il diritto di dettare il nostro comportamento» – con l’esigenza di disinnescare la pressione militare che torna ad addensarsi all’orizzonte -2.

Il perimetro negoziale e le linee rosse tracciate da Teheran

Se sul versante tecnico l’Iran sembra dunque disposto a discutere persino i livelli percentuali di arricchimento e l’entità delle scorte accumulate – come lasciato intendere dal portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei -9 – sul piano politico-diplomatico le linee rosse rimangono invece scolpite nella roccia. Pezeshkian è stato inequivocabile, così come il suo ministro e il consigliere supremo Ali Shamkhani: il programma missilistico balistico e il sostegno alle sigle regionali – dossier che Washington e Israele premono per includere nel perimetro negoziale – non sono materia di contrattazione -3-9. La replica dell’establishment della sicurezza iraniana, del resto, è affidata alla presenza di Shamkhani in qualità di segretario del Consiglio di difesa, organismo istituito nell’agosto scorso per centralizzare il potenziamento delle capacità armate; ed è proprio Shamkhani, intervenendo mercoledì, a ricordare come «qualsiasi attacco militare, anche limitato, sarà considerato l’avvio di una guerra» le cui conseguenze, ha avvertito, «travalicheranno la dimensione militare» -9.

Sullo sfondo, ma non troppo, si staglia la complessa dialettica interna a un paese che giunge a questo appuntamento diplomatico profondamente lacerato. Il quarantasettesimo anniversario della rivoluzione, celebrato con manifestazioni di piazza organizzate in oltre millequattrocento città, ha rappresentato anche il termometro di un malessere che le cronache degli ultimi due mesi hanno documentato con dovizia: proteste esplose a fine dicembre, represse con un bilancio di vittime che le fonti governative quantificano in tremilacentodiciassette morti – quasi tutti, secondo Teheran, membri delle forze dell’ordine o civili rimasti coinvolti – mentre le organizzazioni internazionali indipendenti moltiplicano per almeno due volte quel numero, aggiungendovi decine di migliaia di fermi -2-8-10. Il presidente Pezeshkian, nel suo intervento, ha evocato «forze esterne che spingono molti iraniani verso la morte», accusandole di alimentare voci e divisioni; un passaggio che sembra voler ricondurre a unità il sociale, pur in presenza di segnali dissonanti raccolti nella stessa capitale, dove alle vetrofanie inneggianti alla Guida suprema si sono sovrapposte, la notte precedente, grida di «Morte al dittatore» affacciate dai balconi -10.

I tempi della trattativa e la regia regionale

Sul quando e sul dove si terrà il secondo round negoziale, Ali Larijani – segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, reduce da una missione in Oman e Qatar – ha riferito che le consultazioni sono ancora in corso, ma che da Washington filtrarebbe, al momento, una volontà di approdare a una soluzione -9. Resta da sciogliere la riserva, più volte espressa dai mediatori del Golfo, circa l’effettivo margine di manovra della presidenza Pezeshkian in un sistema politico dove il potere ultimo – nessuno a Teheran lo nasconde – risiede altrove; circostanza che la stessa amministrazione Trump, per bocca del vicepresidente Vance, ha recentemente sottolineato quale fattore di complicazione intrinseca del negoziato -7.

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