Piazza Affari e le Borse europee tentano il rimbalzo dopo il tonfo, ma la guerra in Iran continua a dettare l’agenda dei mercati
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Redazione Economia
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La raffica di ordini di vendita che aveva caratterizzato le prime due sedute della settimana, con un patrimonio complessivo di circa 880 miliardi di euro bruciato in un solo paio di giorni sui listini del Vecchio continente, ha lasciato spazio nella mattinata di mercoledì a un cauto ritorno della fiducia, sebbene la volatilità resti elevatissima e l’orizzonte, specie per quel che concerne le forniture energetiche, appaia tutt’altro che sereno. Il blocco dello Stretto di Hormuz, una delle vie d’acqua più cruciali per il transito del petrolio e del gas naturale liquefatto a livello globale, imposto di fatto dall’escalation militare che vede coinvolti Iran da una parte e Stati Uniti con Israele dall’altra, continua a tenere sotto scacco gli operatori finanziari, i quali ora cercano di interpretare le mosse e le dichiarazioni dei leader politici nel tentativo di valutare la possibile durata del conflitto. In questo clima di incertezza, Piazza Affari ha mostrato un andamento altalenante sin dalla campanella di apertura, per poi attestarsi su un progresso frazionale e infine guadagnare slancio verso metà giornata, trascinata al rialzo da alcuni titoli specifici e da un generalizzato miglioramento del sentiment in tutta l’area euro. A sostenere il morale degli investitori, seppur con la prudenza del caso, hanno contribuito in parte le parole del presidente americano Donald Trump, il quale ha garantito che la Marina militare statunitense scorterà, ove necessario, le petroliere intenzionate ad attraversare lo Stretto di Hormuz, un annuncio che ha lievemente attenuato le paure di un’interruzione prolungata e totale dei flussi energetici. Parallelamente, i future di Wall Street viaggiavano in territorio positivo, alimentando l’aspettativa di un’apertura in rialzo anche per i listini oltreoceano.
I numeri del recupero e le performance contrastanti dei settori a Milano
Attorno alle ore 12.30, l’indice principale FTSEMib segnava un rialzo dell’1,5% attestandosi in area 44.900 punti, un recupero significativo se paragonato al tonfo di circa quattro punti percentuali subito nella seduta precedente, sebbene l’indice resti lontano dai massimi toccati prima dello scoppio delle ostilità. A trascinare il listino milanese, come spesso accade in fasi di mercato complesse, sono stati alcuni titoli considerati più resilienti o legati a dinamiche specifiche: su tutti spiccava il balzo di Lottomatica, le cui azioni hanno registrato un rialzo di circa otto punti percentuali, un’impennata che gli analisti tendono a ricondurre al suo ruolo di società operante nel settore del gioco legale, storicamente meno sensibile alle fluttuazioni del ciclo economico e alle tensioni geopolitiche, oltre che a possibili fattori tecnici di acquisto dopo le recenti flessioni. Ottime performance anche per Stellantis, che guadagnava oltre il 3%, e per alcuni istituti di credito come Bper e Popolare di Sondrio, in rialzo rispettivamente del 2,8% e del 3,4%, a testimoniare una certa vivacità del comparto bancario. Tuttavia, non mancavano le eccezioni in rosso, a dimostrazione che la fase è tutt’altro che lineare: il Monte dei Paschi di Siena, ad esempio, arretrava di oltre due punti percentuali, così come Mediobanca, penalizzata forse dalle attese per il rinnovo del consiglio di amministrazione e dalle complesse vicende societarie che la riguardano. Nel complesso, il FTSE Italia All Share viaggiava in progresso dell’1,3%, mentre performance più contrastate si registravano per il segmento Star e per il Mid Cap, con quest’ultimo in rialzo frazionale.
Il ruolo del petrolio, del gas e le differenze con i mercati asiatici
Se le Borse europee tentavano la risalita, la situazione in Asia dipingeva un quadro ben più drammatico, con il listino di Seul che ha subìto un tracollo storico superiore al 12%, al punto da costringere le autorità a sospendere temporaneamente le contrattazioni: un tonfo che riflette la vulnerabilità strutturale dell’economia sudcoreana, fortemente dipendente dalle importazioni di combustibili fossili e dal buon funzionamento delle rotte commerciali globali, visto che oltre il 95% del suo fabbisogno energetico proviene dall’area oggi in tumulto. Il Giappone non è stato da meno, con il Nikkei in calo di oltre quattro punti percentuali, mentre la Cina, forte di ingenti scorte strategiche accumulate nei mesi precedenti e di una maggiore diversificazione delle fonti di approvvigionamento, ha contenuto i danni con perdite più limitate. In questo contesto, la dinamica dei prezzi delle materie prime resta ovviamente al centro dell’attenzione: il petrolio Brent, dopo aver sfiorato gli 85 dollari al barile, ha leggermente moderato la sua corsa attestandosi poco sopra gli 82 dollari, ma l’allarme rimane alto, così come per il gas naturale, il cui prezzo ad Amsterdam ha subìto un’impennata di oltre il venti per cento nelle ultime ore, complice anche la notizia della chiusura forzata di un mega-impianto di liquefazione in Qatar a seguito di un attacco. Il fatto che persino l’oro, tradizionale bene rifugio, abbia subìto qualche flessione dimostra quanto il panico e le richieste di liquidità abbiano sconvolto le normali correlazioni finanziarie, rendendo complicato per i risparmiatori orientarsi in un’atmosfera da tempo di guerra. Lo spread tra Btp e Bund, intanto, si manteneva in area 70 punti base, con il rendimento del decennale italiano stabile attorno al 3,45%.




