Dieselgate Volkswagen, dieci anni dopo altre condanne per frode a quattro manager

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Redazione Economia Redazione Economia   -   A un decennio dallo scandalo che scosse Volkswagen e l’intera industria automobilistica – un terremoto le cui conseguenze, se si guarda alle successive svolte verso l’elettrico e il declino del diesel, appaiono oggi ancora più chiare –, la giustizia tedesca ha emesso nuove condanne in primo grado per frode ai danni di quattro ex manager del gruppo. Il processo, celebrato a Braunschweig e durato quasi quattro anni, ha coinvolto figure di rilievo all’epoca dei fatti, tra cui due capi divisione accusati di aver approvato l’uso di un software truffaldino già dal 2007.

Le sentenze, che per due imputati prevedono pene detentive mentre per gli altri due la sospensione condizionale, confermano quanto emerso nelle indagini: i motori diesel erano equipaggiati con dispositivi in grado di alterare i risultati dei test sulle emissioni, ingannando le autorità di controllo. Una frode sistematica, insomma, che secondo il tribunale non poteva essere opera di pochi "capri espiatori", come hanno tentato di sostenere gli stessi condannati. Le carte processuali lasciano intendere che la responsabilità si estendesse a livelli più alti, coinvolgendo anche chi, pur non imputato in questo procedimento, aveva un ruolo decisionale.

Lo scandalo, esploso nel 2015 dopo le rivelazioni negli Stati Uniti, aveva travolto l’allora amministratore delegato Martin Winterkorn – inizialmente parte del processo ma poi escluso per motivi di salute – e costretto la casa tedesca a risarcimenti miliardari. Oggi, mentre l’industria accelera verso la transizione ecologica, il Dieselgate rimane una macchia giudiziaria e reputazionale per Volkswagen, oltre che un monito per un settore che, in quegli anni, aveva scelto la strada più breve anziché quella più pulita.

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