Moussa Diarra ucciso a Verona da un agente, Ilaria Cucchi diffonde un video choc: «Il ragazzo aveva in mano una posata da tavola»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La senatrice Ilaria Cucchi ha pubblicato sul proprio profilo Instagram un video, destinato a riaccendere il dibattito pubblico attorno a una vicenda giudiziaria ancora aperta, che ritrae gli ultimi istanti di vita di Moussa Diarra, il ventiseienne di origine maliana ucciso il 20 ottobre 2024 davanti alla stazione di Verona Porta Nuova. Le immagini, la cui origine è stata ricondotta a una chat interna della Polizia ferroviaria, mostrano il giovane ormai riverso a terra, in stato agonizzante, mentre attorno a lui si muove l’agente che ha esploso i colpi. Nella concitazione del momento, si sente la voce del poliziotto – alterata nel filmato diffuso – richiedere con urgenza l’intervento di un’ambulanza e giustificare il gesto con la necessità di rispondere a quella che descrive come un’aggressione in corso con un coltello, aggiungendo che l’uomo aveva ancora l’arma in pugno -5-9.

La narrazione proposta da Ilaria Cucchi, che accompagna la diffusione del video con un commento scritto, ridimensiona drasticamente la percezione del pericolo corso dagli agenti, parlando invece di una «posata da tavola», un oggetto di uso quotidiano che Diarra avrebbe estratto dal proprio zainetto in un momento di evidente e incontrollabile fragilità psicologica. Una crisi, quella del ragazzo incensurato, che secondo la senatrice andrebbe ricondotta alla frustrazione accumulata a causa dei continui e vani tentativi di ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno, pratica burocratica vitale per lui per poter mantenere un lavoro e, di riflesso, sostenere la propria famiglia rimasta in Mali -3-4-7.

La replica della difesa dell'agente e il nodo della legittima difesa

A stretto giro è arrivata la replica, ferma e puntuale, dell’avvocato Matteo Fiorio, legale del poliziotto indagato per omicidio colposo. Il difensore contesta con decisione quella che definisce una ricostruzione viziata da «gravi inesattezze e falsità», a partire dalla natura dell’arma: per la difesa, si è trattato a tutti gli effetti di un coltello, e non di una semplice posata, impugnato da Diarra in un moto d’aggressione verso gli agenti della Polfer, i quali si sarebbero trovati nella necessità di reagire per tutelare la propria incolumità -1-5. Il legale, inoltre, corregge la dinamica dei fatti, negando che il ragazzo fosse stato inseguito o che i tre proiettili siano stati sparati deliberatamente ad altezza d’uomo per colpire organi vitali. La sequenza, ricostruita sulla base degli atti degli inquirenti, vedrebbe un primo colpo esploso in aria a scopo di avvertimento, un secondo che dopo aver forato il cappuccio della felpa si è conficcato in una vetrina e un terzo che, dopo aver attinto il braccio sinistro e perforato il marsupio, avrebbe deviato fatalmente verso il torace e il cuore -7-9.

Lo scenario giudiziario e le opposte ricostruzioni dei fatti

La diffusione del video, che il legale dell’agente non esita a definire «tagliato e montato ad arte» per offrire una visione parziale e fuorviante della vicenda, si inserisce in una fase processuale delicata e ancora in evoluzione -5-7. La Procura di Verona, al termine delle indagini, aveva infatti avanzato richiesta di archiviazione per l’agente, ravvisando nella sua condotta gli estremi della legittima difesa. Una richiesta, questa, che ha trovato la ferma opposizione dei familiari di Moussa Diarra, assistiti da un team di avvocati che invece chiedono un approfondimento istruttorio e un processo, sostenendo la tesi per cui l’uso dell’arma da fuoco fosse evitabile, data la disponibilità di strumenti di minor impatto come taser e scudi in dotazione agli agenti intervenuti -2-3. Il giudice per le udienze preliminari, dopo aver ascoltato le parti nell’udienza del 12 febbraio scorso, ha per ora scelto di riservarsi la decisione, lasciando aperto ogni scenario sull’evolversi della vicenda giudiziaria -5-8.

La polemica politica: «Questa non è Minneapolis»

Parallelamente alla battaglia legale, Ilaria Cucchi ha innestato sul caso anche una chiara provocazione politica, richiamando esplicitamente le parole pronunciate all’indomani della morte dal leader della Lega Matteo Salvini – «non ci mancherà» – e accostando la gestione dell’ordine pubblico a derive autoritarie che lei associa agli Stati Uniti di Donald Trump, tornato alla presidenza. «Siamo a Verona e non a Minneapolis. E Salvini non è Trump. Almeno spero», ha scritto la senatrice, suscitando la reazione del legale dell’agente, che ha invitato a ricondurre il confronto entro i binari del rispetto della verità processuale e della dignità professionale del suo assistito, senza strumentalizzazioni -1-3-4. Nel frattempo, comitati e attivisti che sostengono la famiglia Diarra continuano a chiedere che la giustizia faccia il suo corso in aula, affinché emergano tutti gli elementi raccolti nell’opposizione all’archiviazione -6.

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