Il video choc di Moussa Diarra diffuso da Ilaria Cucchi: «Aveva in mano una posata da tavola, non siamo a Minneapolis»
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Redazione Interno
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La senatrice Ilaria Cucchi ha pubblicato sul proprio profilo Instagram un video che ritrae gli ultimi istanti di vita di Moussa Diarra, il ventiseienne maliano ucciso la mattina del 20 ottobre 2024 a Verona da un agente della Polizia ferroviaria, e la diffusione di queste immagini, crude nella loro immediatezza, riporta prepotentemente l'attenzione su una vicenda giudiziaria che, a distanza di quasi sedici mesi dai fatti, non ha ancora trovato una definitiva quadratura processuale -1-2. Nel filmato, girato verosimilmente subito dopo i tre spari esplosi dal poliziotto, si vede Diarra ormai riverso a terra, in uno stato di semi-incoscienza e chiaramente agonizzante, mentre l'agente, la cui identità è nota agli inquirenti, si attiva per chiedere l'intervento dei soccorsi via radio; sullo sfondo, o comunque nei pressi del Corpo esanime del ragazzo, si intravede l'oggetto che aveva innescato la reazione fatale, un coltello che Cucchi, nel suo commento al post, definisce senza mezzi termini «una posata da tavola», ridimensionando così la percezione di minaccia assoluta che era stata evocata nelle prime ricostruzioni -2-7.
Non è la prima volta che emergono dettagli contrastanti su quella drammatica domenica di ottobre, ma la pubblicazione del video da parte di Cucchi, sorella di Stefano Cucchi la cui morte in custodia cautelare divenne un caso nazionale, assume un valore simbolico e politico ben preciso. La senatrice, infatti, nel suo lungo intervento sui social, ricostruisce le ore precedenti al decesso, descrivendo un ragazzo in preda a quella che definisce una «crisi psichiatrica da frustrazione», causata, a suo dire, dalle estenuanti e vane attese per il rinnovo del permesso di soggiorno; un permesso che per Diarra, il quale lavorava e manteneva la sua famiglia in Mali, rappresentava un vero e proprio salvacondotto di vita -1-5. Dallo zainetto, che conteneva tutti i suoi averi, avrebbe estratto una posata, quella che usava per mangiare, brandendola in modo scomposto contro un agente della polizia municipale, il quale, secondo la ricostruzione di Cucchi, avrebbe immediatamente intuito la fragilità e la disperazione di quel ragazzo incensurato, organizzando un intervento finalizzato all'esecuzione di un trattamento sanitario obbligatorio -1-2.
L'arrivo della polfer e i tre colpi sparati ad altezza uomo
La situazione, però, è degenerata con l'arrivo degli agenti della Polizia ferroviaria; il comandante della municipale, che aveva intuito la natura non propriamente criminale della condotta di Diarra, aveva predisposto un intervento con scudi e manganelli, ma i poliziotti intervenuti, come sottolinea Cucchi, pur avendo a disposizione il taser e gli stessi scudi difensivi, avrebbero «preferito prendere solo la pistola» -1-5. Ne è nato un inseguimento, al termine del quale l'agente ha sparato tre colpi, tutti indirizzati, come si evince dalla dinamica, verso la sagoma del fuggitivo: il primo ha forato il cappuccio della felpa di Moussa, il secondo ha infranto la vetrina di un negozio alle sue spalle, mentre il terzo lo ha raggiunto al cuore, uccidendolo -2-3. La Procura di Verona, nelle more delle indagini, aveva inizialmente ipotizzato per l'agente il reato di eccesso colposo di legittima difesa, ma lo scorso novembre i magistrati hanno formulato una richiesta di archiviazione, ritenendo che il poliziotto abbia agito per legittima difesa, trovandosi di fronte a un uomo armato di coltello che lo minacciava a distanza ravvicinata -8-9.
L'opposizione all'archiviazione e le critiche alle indagini
I familiari di Moussa Diarra, assistiti da un pool di avvocati, hanno però presentato opposizione alla richiesta di archiviazione, depositando un atto in cui definiscono le indagini svolte dalla Procura «parziali e lacunose» sin dalle prime ore dopo i fatti -1-4. Nel corso di un'udienza fiume tenutasi davanti alla giudice Livia Magri, i legali della famiglia hanno evidenziato quelli che ritengono essere veri e propri «buchi» nella ricostruzione degli inquirenti, contestando in particolare la mancata valorizzazione delle immagini registrate dalle telecamere di videosorveglianza e la circostanza che l'agente avrebbe avuto accesso ai video della vicenda ancor prima di essere sentito dal pubblico ministero, un elemento che, a loro avviso, mina la genuinità e la spontaneità della sua versione dei fatti -4. La difesa dell'agente, rappresentata dall'avvocato Matteo Fiorio, ribadisce invece che il suo assistito non aveva alcuna alternativa se non quella di sparare, trovandosi di fronte a un uomo che lo stava per aggredire con un coltello, e confida nella decisione del giudice che, dopo aver ascoltato le parti, si è riservata di decidere se disporre ulteriori accertamenti o accogliere la richiesta di archiviazione della Procura -4-10.
Il richiamo alla politica e la polemica sulle parole di Salvini
Nel suo accorato intervento, Ilaria Cucchi non si limita a fornire una diversa chiave di lettura dei fatti, ma entra nel merito delle dichiarazioni politiche che seguirono la morte di Diarra, citando esplicitamente le parole del leader della Lega Matteo Salvini il quale, all'indomani dell'omicidio, commentò l'accaduto con una frase che fece molto discutere: «non ci mancherà» -1-7. «Siamo a Verona e non Minneapolis», scrive Cucchi, richiamando quella dichiarazione e contrapponendola al tentativo di minimizzare la portata dell'accaduto, per poi aggiungere, con un chiaro riferimento al contesto politico internazionale, «E Salvini non è Trump. Almeno spero», affidando a quest'ultimo inciso tutta la sua preoccupazione per quella che percepisce come una deriva securitaria e spietata nel trattamento delle fasce più deboli e disagiate della popolazione -2-7.




