Economia, quei dieci e lode tra spread e avanzo che smontano le polemiche sui conti “fuori controllo”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Non occorreva una lente d’ingrandimento per notare come, nelle ultime settimane, lo scontro politico tra palazzo Chigi e le opposizioni – con Giuseppe Conte nel mirino dell’esecutivo – si fosse riacceso attorno a un unico, cruciale termometro: il rapporto deficit/Pil. La polemica, feroce e a tratti strumentale, ha cercato di dipingere un quadro di finanza pubblica al collasso, attribuendo ai vecchi scostamenti di bilancio – e in particolare all’ultima ondata di “debito” generata dal Superbonus – la responsabilità di un presunto sforamento strutturale. Eppure, chi si fosse preso la briga di analizzare le carte contabili invece di affidarsi agli slogan, avrebbe scoperto una realtà diametralmente opposta. I numeri, si sa, sono ostinati e raccontano di un’Italia che, dopo la tempesta perfetta del Covid e la successiva sbornia del deficit facile, ha dovuto fare i conti con una realtà di rientro forzato, ma lo ha fatto mostrando muscoli insospettabili.
L’avanzo tornato a correre e la lezione dello spread
Diciamolo senza giri di parole: il Paese, in questa fase, si è sostanzialmente salvato da solo, anche se a caro prezzo in termini di consenso sociale. L’ultimo Documento di Finanza pubblica, quello licenziato dal Consiglio dei ministri e spesso liquidato con sufficienza dai detrattori, ha avuto il merito impagabile di smascherare quello che gli analisti di Bankitalia definiscono il “grande sotterfugio” politico-economico dei tempi recenti. Il crollo dello spread, che molti hanno voluto ridicolizzare come un indicatore per addetti ai lavori, è sceso ben oltre la soglia psicologica dei 100 punti base, attestandosi su valori (si parla di un differenziale ormai stabilmente sotto i 90 punti) che non si toccavano da quasi quindici anni. Questo non è un vezzo statistico, ma una pistola fumante: la riduzione del differenziale con il Bund tedesco, calcolata dal MEF, si traduce in un risparmio netto sul servizio del debito stimabile in circa 10 miliardi e mezzo di euro solo nel biennio 2025.
A contraddistinguere la gestione Meloni, però, non è stato soltanto il favore dei mercati, quanto la disciplina brutale impressa alla macchina statale. Le entrate, spinte da un recupero storico sull’evasione che nel 2024 ha sfiorato i 33,4 miliardi di euro, hanno viaggiato a velocità doppia rispetto alla crescita della spesa corrente. Il risultato più eclatante, che taglia la testa al toro delle polemiche quotidiane, è il ritorno all’avanzo primario. Per la prima volta dall’era pre-pandemica (e, sia detto, l’unica nazione del G7 a riuscirci), il bilancio pubblico al netto degli interessi passivi è tornato in positivo, con un saldo che ha sfiorato lo 0,9% del Pil nel 2024. Una mossa, questa, che ha permesso all’Italia di uscire dal pantano delle procedure per deficit eccessivo molto più in fretta di quanto pronosticassero i catastrofisti di turno.
Il paradosso dell’inflazione e il costo del “redde rationem”
Ma come è stato possibile tutto questo, se l’eredità lasciata dai precedenti esecutivi era letteralmente intasata da crediti fiscali legati all’edilizia? Sarebbe superficiale e, ammettiamolo, disonesto intellettualmente, attribuire il miracolo solo alla virtù. Una parte consistente del “dividendo” che ha salvato i conti arriva da un elemento esogeno e doloroso: l’inflazione. Il biennio 2022-2023 ha registrato un’impennata dei prezzi superiore al 14% cumulato, e questo ha giocato un doppio sporco lavoro. Da un lato, ha eroso il valore reale del debito pubblico attraverso tassi di interesse reali negativi – una svalutazione implicita che alcuni economisti stimano aver “risparmiato” allo Stato cifre vicine ai 350 miliardi in due anni -2; dall’altro, ha gonfiato il gettito del fisco (il cosiddetto fiscal drag) senza che i salari dei dipendenti pubblici o delle pensioni minime riuscissero a tenere il passo.
Quest’ultimo aspetto rappresenta il lato oscuro della medaglia, che nessun comunicato di palazzo può nascondere. La pressione fiscale, paradossalmente, è schizzata ai massimi storici toccando picchi vicini al 42,7% del Pil. In parole povere, il governo ha raccolto i frutti di una crescita nominale drogata dall’inflazione, senza però restituire completamente il maltolto ai contribuenti sotto forma di riduzione strutturale delle aliquote. Il famoso taglio del cuneo fiscale e l’accorpamento delle prime aliquote Irpef sono serviti a tamponare l’emorragia di potere d’acquisto, ma non hanno impedito ai salari reali di rimanere indietro rispetto al carovita. Ecco, quindi, che l’equazione si fa complessa: il “dieci e lode” per il rigore contabile convive con un malessere sociale oggettivo, dove i lavoratori dipendenti – quelli del pubblico impiego in primis – hanno di fatto finanziato il salvataggio delle casse statali attraverso la compressione dei loro stipendi reali.
I fari accesi sul debito e quelle ombre lunghe del Superbonus
Guardando avanti (senza la pretesa di fare pronostici, ma restando ancorati ai documenti ufficiali), il sentiero è ancora minato. Anche se lo spread cala e l’avanzo primario cresce, il rapporto debito/Pil rimane l’incognita più pesante. I tecnici della Ragioneria hanno messo nero su bianco che, nonostante tutto, l’effetto residuo dei bonus edilizi – quelli che hanno infiammato la polemica tra Meloni e Conte – continuerà a pesare come un macigno sulla contabilità nazionale almeno fino al 2027. In parole povere, stiamo ancora pagando (e pagheremo) gli interessi su quella montagna di crediti d’imposta che sono stati ceduti come titoli di Stato dalle banche.
Il governo, pur avendo ereditato un debito già enorme, ha il merito di aver chiuso il rubinetto delle agevolzioni facili e di aver riportato la spesa in un solco di credibilità agli occhi di Bruxelles, ma la riduzione strutturale del peso del debito è un’altra partita, molto più lunga e strategica. Se l’inflazione si normalizza e i tassi della Bce restano alti, quella “svalutazione occulta” che ci ha salvato la pelle negli ultimi due anni sparirà, lasciando emergere il peso reale degli interessi passivi. Per ora, però, i conti reggono: il deficit programmatico è sceso al 3%, gli investimenti pubblici (sostenuti dal Pnrr) sono tenuti su livelli storicamente elevati, e lo spread basso continua a fare da scudo. La narrazione della sinistra secondo cui l’Italia sarebbe a un passo dalla bancarotta viene dunque spazzata via dai numeri dell’Istat e della Banca d’Italia; ma la narrazione governativa secondo cui sarebbe tutto merito della propria politica deve fare i conti con l’imbuto fiscale che grava ancora su milioni di famiglie.




