La retorica dei "Due popoli, due Stati" e il nodo irrisolto della sicurezza
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Redazione Esteri
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La formula "Due popoli, due Stati", ripetuta come un mantra nella diplomazia internazionale, nasconde, sotto una patina di apparente semplicità, un groviglio di ambiguità e ipocrisie che la rendono, nei fatti, quasi irrealizzabile. Sarebbe più onesto, e certamente più corretto, parlare di "due popoli, due democrazie", poiché è del tutto evidente che la nascita di un eventuale Stato palestinese – qualora fosse governato da entità come Hamas, la cui carta fondativa nega il diritto all'esistenza di Israele – non costituirebbe un passo verso la pace, bensì l'instaurazione di una minaccia permanente ai suoi confini. Il cuore del problema, dunque, non risiede solamente nel riconoscimento di un'entità statuale, ma nella sua natura intrinseca e nella sua volontà di coesistere.
Proprio in questa direzione va l'analisi delle recenti decisioni del governo israeliano, guidato da Benjamin Netanyahu, che ha approvato il controverso progetto E1 nella Cisgiordania occupata. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, figura di spicco dell'esecutivo, ha affermato senza mezzi termini che la realizzazione di questo insediamento eliminerebbe concretamente la possibilità di uno Stato palestinese continuo e vitale. Una dichiarazione che, al di là delle intenzioni politiche, coglie un punto cruciale: la definizione di Stato non è un'astrazione, ma richiede elementi minimi come la contiguità territoriale e il controllo sui confini, elementi che E1 minaccia di erodere in maniera irreversibile.
La vita quotidiana in questi territori è un mosaico di contrasti stridenti, dove la normalità delle tradizioni si interseca con la pesantezza dell'occupazione. In una città israeliana come Modi'in Illit, che per il diritto internazionale rappresenta invece una colonia illegale, si svolgono rituali antichi come il Brit Milà, la cerimonia della circoncisione che segna l'ingresso di un neonato, come il piccolo Shahar, nel popolo ebraico. Attorno a lui, la sua famiglia, inclusi genitori che prestano servizio militare di carriera, mentre il rabbino Amitai Piotmer ricorda l'importanza del comandamento e del legame comunitario. Questa scena di vita ordinaria, però, si svolge in un contesto straordinario e conteso, su una terra che 40.000 coloni israeliani considerano casa e che i palestinesi vedono come parte integrante del loro futuro Stato.




