Trieste, il limbo dei richiedenti asilo tra strada e pratiche illegittime
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Redazione Interno
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È un’emergenza che si ripete, immutata nel suo ormai cronico degradare, lungo il confine orientale, dove il flusso della rotta balcanica trova il suo approdo, inevitabile e umanamente insostenibile, nei magazzini del Porto Vecchio di Trieste. Sono almeno duecentocinquanta, cifra destinata a salire secondo gli ultimi monitoraggi, le persone costrette a vivere all’addiaccio, in una condizione di totale abbandono che stride, platealmente, con le dichiarazioni di lotta al degrado provenienti dal Viminale. Un paradosso che, come denunciano le associazioni operanti sul territorio, non è frutto del caso bensì il risultato di precise prassi amministrative, le quali, comprimendo i diritti fondamentali, alimentano quel medesimo disagio che si dice di voler contrastare.
Il rapporto che accusa: "Accesso negato" alla Questura
A fotografare con rigore giuridico e documentale questo sistema disfunzionale è il rapporto “Accesso negato”, presentato alla stampa dal Consorzio italiano di solidarietà Ics insieme ad altre organizzazioni come la Diaconia Valdese e l’International Rescue Committee. Il documento, che raccoglie testimonianze ed evidenze concrete, punta il dito contro le procedure seguite dalla Questura di Trieste, definite come una “totale inosservanza della norma vigente”. La discrezionalità con cui vengono gestiti gli accessi agli uffici, infatti, costituisce il primo e più grave ostacolo: benché ogni giorno decine di migranti si presentino per formalizzare la richiesta di protezione internazionale, soltanto una dozzina di essi riesce materialmente a varcare la soglia, mentre per tutti gli altri l’attesa si trasforma in un limbo senza fine, prolungato da quella che il presidente dell’Ics, Gianfranco Schiavone, non esita a definire una “prassi illegittima”.
La strategia del ritardo e la condanna al degrado
Queste pratiche, che allungano artificiosamente i tempi delle domande d’asilo, finiscono per avere un effetto perverso e prevedibile, condannando intere decine di individui a una vita di stenti per le strade della città. Una situazione di visibile sofferenza, che viene poi additata come problema di ordine pubblico e decoro urbano, in un circolo vizioso dove la violazione dei diritti umani diviene, di fatto, l’unica risposta istituzionale all’arrivo di persone bisognose di protezione. Il rapporto sottolinea come il “degrado” lamentato dalle autorità non sia quindi una contingenza sfortunata, bensì la diretta conseguenza di un sistema che nega deliberatamente l’accesso a procedure legali e trasparenti, lasciando che la crisi umanitaria si incancrenisca sotto gli occhi di tutti.
La richiesta delle organizzazioni: potenziare le strutture
Di fronte a questo scenario, le associazioni che hanno redatto l’analisi avanzano una richiesta precisa e concreta, che va al di là delle mere dichiarazioni di principio: è urgente potenziare le strutture e le risorse dedicate all’esame delle domande di protezione internazionale, garantendo quel diritto di accesso che la legge prescrive e che a Trieste appare, invece, sistematicamente negato. Senza un intervento strutturale che modifichi radicalmente l’approccio delle autorità competenti, la spirale di illegalità e sofferenza è destinata a perpetuarsi, con numeri in costante aumento, trasformando un porto di frontiera in un simbolo dell’incapacità di gestire un fenomeno epocale con gli strumenti della civiltà giuridica e dell’umanità.




