Meta lavora al clone digitale in 3D di Mark Zuckerberg: servirà a interagire con i dipendenti
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Redazione Economia
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C’era una volta il Metaverso, il grande azzardo su cui Mark Zuckerberg aveva scommesso il futuro della sua creatura, Facebook, rinominandola Meta. Poi l’intelligenza artificiale ha preso il sopravvento, e il fondatore, da quel momento, ha dovuto rincorrere. E ora, a distanza di anni, arriva una notizia che sembra uscita da un romanzo di fantascienza, più che da una riunione in sala board. Secondo quanto rivelato da alcune fonti al Financial Times, l’azienda starebbe infatti costruendo un avatar fotorealistico in 3D di se stesso; una replica digitale, spiegano, basata sull’intelligenza artificiale e in grado di conversare con i dipendenti al posto suo.
Un allenamento su misura per l’alter ego virtuale
Il progetto, che molti analisti considerano una mossa ardita perso per gli standard della Silicon Valley, vedrebbe il diretto interessato in prima linea. Zuckerberg, si legge nei resoconti, sta contribuendo personalmente all’addestramento di questo suo clone; lo fa per riprodurne fedelmente i modi di fare, le inflessioni della voce e le dichiarazioni pubbliche, che vengono minuziosamente catalogate. Lo scopo dichiarato, se così si può definire un’operazione che desta più di una perplessità, è quello di permettere ai collaboratori di sentirsi più vicini al loro capo – un capo che, almeno nella versione biologica, ha spesso mostrato una certa rigidità nei rapporti interpersonali – attraverso l’interazione con la sua controparte artificiale. Non si tratta, a ben guardare, di un esperimento isolato: l’idea sarebbe quella di gettare le basi per una piattaforma più ampia, dove in futuro anche i creatori di contenuti possano generare i propri avatar, sfruttando una tecnologia che, per ora, richiede una potenza di calcolo enorme per evitare quei fastidiosi ritardi che romperebbero l’illusione della realtà.
La metamorfosi di un gigante tra contenziosi e strategie
Questa spinta decisa verso l’intelligenza artificiale, che sembra aver messo in secondo piano le ambizioni virtuali degli anni passati, arriva per Meta in un momento particolare. Da un lato, l’azienda cerca di riconquistare la fiducia degli investitori, un po’ scottati dalle ingenti spese per il metaverso e ora rassicurati dalla nuova rotta impressa dal numero uno. Dall’altro, la holding guidata da Zuckerberg deve fare i conti con alcune batoste legali che ne hanno offuscato l’immagine pubblica: due sentenze, arrivate rispettivamente dal New Mexico e dalla California, l’hanno giudicata colpevole di sfruttamento minorile e di aver sviluppato scientemente sistemi progettati per creare dipendenza nei più giovani. Un quadro, questo, che spiega forse l’urgenza di proiettarsi in avanti, cercando nella tecnologia l’antidoto alle magagne del presente. L’avatar di Zuckerberg, in questa prospettiva, non è solo un gadget, ma il simbolo di una trasformazione epocale: l’intelligenza artificiale che si insinua ai vertici della gerarchia aziendale, pronta a sostituire il capo nelle riunioni, a rispondere alle domande scomode e a veicolare la strategia aziendale senza i filtri (e le emozioni) tipici di un essere umano.
L’efficienza algoritmica al posto del carisma umano
Quel che traspare dalle cronache, insomma, è l’ennesimo passo verso una normalizzazione dell’AI nella vita quotidiana delle ration. Non si parla più solo di assistenti virtuali o di software per ottimizzare la logistica, ma di leadership artificiale. L’operazione, per quanto avveniristica, solleva interrogativi che vanno ben oltre la semplice fattibilità tecnica. Se un manager, infatti, delega la propria comunicazione interna a un algoritmo, cosa resta del rapporto umano alla base della fiducia tra un team e il suo leader? Si tratta di una questione che, probabilmente, a Menlo Park hanno deciso di rimandare a data da destinarsi, concentrandosi ora sulla sfida ingegneristica. Del resto, come molti esperti segnalano da tempo, la forza con cui l’intelligenza artificiale sta modificando le nostre abitudini e i luoghi di lavoro è ormai una cruda realtà, e il clone di Zuckerberg ne rappresenta forse l’espressione più inquietante, ma anche più coerente.
Il precedente del Metaverso e la lezione non imparata
Non è la prima volta, va ricordato, che il fondatore di Meta cerca di proiettare se stesso in una dimensione digitale alternativa. Qualche anno fa, nel pieno dell’hype per il Metaverso, Zuckerberg presentò un proprio avatar, una versione stilizzata e dalle grafiche sorprendentemente primitive che gli attirò addosso una valanga di critiche e ironie sui social. Una figura, quella, rigida e dagli occhi vitrei che sembrava uscita da un videogioco di vent’anni prima, lontana anni luce dal realismo che promette oggi il nuovo progetto. Quella brutta figura, però, sembra aver insegnato qualcosa al numero uno di Meta: stavolta non si tratta di giocare, ma di lavorare. E per lavorare, un’immagine curata e credibile è fondamentale. Ecco perché, a differenza dell’avatar ludico del passato, questo nuovo clone viene addestrato con i video dei discorsi pubblici, con le interviste e con i momenti più autentici della vita aziendale di Zuckerberg. L’obiettivo è evitare l’effetto “uncanny valley” – quella sottile sensazione di inquietudine che si prova davanti a un umanoide perfetto ma non perfettamente reale – e creare invece un surrogato talmente fedele da risultare, almeno in apparenza, persino più affidabile dell’originale.




