Meta lavora a un clone digitale di Zuckerberg: l’avatar fotorealistico che guiderà le riunioni al posto del CEO
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Redazione Economia
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La corsa all’intelligenza artificiale, alimentata da investimenti miliardari e da una competizione serrata tra i colossi della Silicon Valley, ha assunto una piega inaspettatamente personale per uno dei suoi protagonisti principali. Mark Zuckerberg, il fondatore e amministratore delegato di Meta, starebbe infatti supervisionando in prima persona lo sviluppo di un proprio alter ego digitale; si tratta di un avatar 3D fotorealistico, animato dall’intelligenza artificiale, che a breve potrebbe interagire con i dipendenti al posto suo. L’obiettivo dichiarato, secondo le ricostruzioni del Financial Times riprese dalla stampa internazionale, è quello di permettere ai 79mila dipendenti del gruppo di sentirsi “più vicini” al capo, ponendo domande e ricevendo feedback in tempo reale da una versione sintetica dell’uomo che guida Facebook, Instagram e WhatsApp.
Un avatar “formatato” sui modi di fare del CEO
A differenza del tentativo precedente, quando nel 2022 il mondo rise di un avatar goffo e privo di gambe su Horizon Worlds, questa nuova incarnazione punta tutto sul realismo e sulla fluidità della conversazione. Il clone, che per ora è ancora in una fase embrionale del progetto, viene alimentato con una mole impressionante di dati personali: la voce, le inflessioni del tono, i tic verbali, ma anche le dichiarazioni pubbliche e le riflessioni più recenti sulla strategia aziendale vengono utilizzate per addestrare il modello. In questo modo, quando un impiegato gli chiederà lumi su una direttiva interna, l’avatar non si limiterà a leggere un manuale, ma risponderà emulando il ragionamento e lo stile comunicativo del suo creatore; una scelta che trasforma l’assistente virtuale in un vero e proprio strumento di leadership distribuita.
La sfida tecnologica, tuttavia, è imponente. Generare un personaggio tridimensionale che non cada nella cosiddetta uncanny valley – quella sensazione di disagio che si prova davanti a un umanoide quasi perfetto ma non del tutto credibile – richiede potenze di calcolo mostruose. Meta ha dovuto acquisire startup specializzate nella sintesi vocale, come PlayAI e WaveForms, per cercare di ridurre al minimo il lag (il ritardo di risposta) che rovinerebbe l’illusione di stare parlando con una persona reale. Zuckerberg stesso, che secondo alcune fonti dedicherebbe ormai dalle cinque alle dieci ore settimanali alla scrittura di codice e alle revisioni tecniche, segue l’addestramento del proprio clone con un’attenzione quasi maniacale.
Il contesto di Muse Spark e la spinta verso la superintelligenza
Questo esperimento non nasce in un vuoto tecnologico, ma si inserisce all’interno di una riorganizzazione più ampia che ha visto la nascita dei Superintelligence Labs, il laboratorio avanzato di Meta dedicato allo sviluppo di nuove architetture di IA. Solo pochi giorni prima che la notizia del clone filtrasse, l’azienda aveva ufficializzato il lancio di Muse Spark, un nuovo modello linguistico di piccole dimensioni ma estremamente rapido, pensato per integrare assistenti intelligenti direttamente all’interno di WhatsApp, dei visori e delle piattaforme social. Se Muse Spark rappresenta il “cervello” veloce e polivalente che deve competere con i modelli di OpenAI e Google, il clone di Zuckerberg ne rappresenta il “volto” più sperimentale, un’interfaccia umana che serve a normalizzare l’uso dell’AI anche nelle relazioni gerarchiche.
Non si tratta, infine, dell’unico progetto di “doppio digitale” in cantiere. Le stesse fonti distinguono questo avatar dedicato ai dipendenti da un altro strumento, chiamato internamente “CEO agent”, che dovrebbe fungere da assistente personale per lo stesso Zuckerberg. Quest’ultimo, a differenza del primo, è progettato per snellire le sue mansioni dirigenziali: recuperare informazioni, riassumere dati e velocizzare i processi decisionali senza dover interpellare una catena di intermediari umani. In un’azienda che ha dichiarato di voler investire fino a 135 miliardi di dollari nel 2026 per accelerare la ricerca, la differenza tra l’uomo e la sua rappresentazione algoritmica diventa, giorno dopo giorno, sempre più labile.




