Prince, dieci anni senza il genio di Minneapolis: la morte resta senza un colpevole

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Sono trascorsi dieci anni da quel 21 aprile 2016, quando il di Prince Rogers Nelson venne trovato privo di vita all’interno di un ascensore di Paisley Park, la sua residenza-fortezza a Chanhassen, in Minnesota. L’artista, che all’epoca aveva 57 anni, fu scoperto riverso a terra da alcuni collaboratori dopo ore di silenzio, un silenzio che – come emerse in seguito – celava una tragedia legata all’abuso di oppiacei. L’autopsia stabilì che la causa dello sconforto fu un’overdose accidentale di fentanyl, un potente oppioide sintetico che l’artista aveva ingerito inconsapevolmente, convinto di assumere delle comuni pillole di Percocet per lenire i dolori cronici.

La sua scomparsa, che ha gettato nello sconforto milioni di fan in tutto il mondo, non ha però mai trovato un responsabile penale. Il procuratore della contea di Carver, Mark Metz, ha chiuso definitivamente le indagini qualche anno dopo l’accaduto, citando l’impossibilità di risalire alla fonte esatta di quelle pillole contraffatte. Nonostante gli sforzi della DEA e delle autorità locali – che setacciarono Paisley Park trovando farmaci nascosti in flaconi di vitamine e prescrizioni intestate a terzi per proteggere la sua privacy – non emersero prove sufficienti per determinare chi avesse procurato la dose letale all’artista.

Le indagini e il giallo delle prescrizioni fantasma

Le indagini si concentrarono inevitabilmente sul circolo ristretto del musicista, in particolare sulla figura del suo amico e custode, che cercò di aiutare Prince a gestire la dipendenza nelle ultime, drammatiche settimane di vita. Dai documenti desecretati emerge un quadro complesso: il medico di famiglia incontrò Prince due volte nei giorni precedenti il decesso, prescrivendo antidolorifici a nome della guardia del per evitare che la stampa scoprisse le reali condizioni di salute della star. L’episodio più significativo avvenne una settimana prima della morte, quando il volo privato dell’artista dovette effettuare un atterraggio di emergenza in Illinois dopo che lui era collassato a causa di un’overdose. In quell’occasione, fu salvato con il naloxone, ma rifiutò il ricovero prolungato per tornare a casa, dove avrebbe continuato a comportarsi come se nulla fosse accaduto.

Nonostante la morte di Prince abbia acceso i riflettori sulla piaga degli oppioidi sintetici come il fentanyl – una sostanza 50 volte più potente dell’eroina che stava già iniziando a mietere vittime in tutti gli Stati Uniti – il fascicolo giudiziario si è chiuso senza alcuna accusa formale. Il procuratore Metz spiegò che, sebbene fosse evidente che Prince fosse stato vittima di una terribile disinformazione sugli antidolorifici che stava assumendo, mancava un movente plausibile e un sospetto identificabile a cui attribuire la colpa.

L’eredità musicale e il business dieci anni dopo

A distanza di un decennio, la sua eredità è lungi dall’essere relegata al solo ricordo. Paisley Park, trasformata in un museo, attira ancora migliaia di visitatori, nonostante le critiche sulla commercializzazione eccessiva della memoria, con biglietti che raggiungono cifre considerevoli e un gift shop che vende gadget a prezzi esorbitanti. La struttura, che somiglia più a un’austera roccaforte che a una casa di star, è diventata un luogo di pellegrinaggio laico, anche se i visitatori lamentano una certa rigidità e reticenza del personale nel raccontare i dettagli più intimi della sua scomparsa.

Dal punto di vista editoriale, il decennale segna una nuova fase: il famoso “Vault”, l’archivio che contiene migliaia di registrazioni inedite, continua a essere scrupolosamente svuotato con progetti postumi. Tra questi, l’uscita di brani mai sentiti prima e la programmazione di eventi come la “Prince Celebration” a Minneapolis, dimostrano che il suo catalogo è ancora un’industria fiorente. La sua influenza, peraltro, è ancora palpabile nella popular music contemporanea, dove artisti come The Weeknd ne attingono a piene mani il sound, confermando che Prince non fu solo un cantante, ma un vero e proprio rivoluzionario dei generi, capace di mescolare funk, rock e R&B in una sintesi ineguagliabile.

La vita oltre la leggenda: Testimoni di Geova e la lotta per la privacy

Negli ultimi anni della sua vita, Prince aveva abbracciato la fede dei Testimoni di Geova, un dettaglio che strideva fortemente con la sua immagine pubblica di icona sessuale e sperimentale. Questo aspetto emerge plasticamente in un aneddoto raccontato dalla stampa locale: quello di un uomo che suonava ai campanelli nelle mattine di domenica per fare proselitismo, suscitando lo sconcerto di chi gli apriva la porta e riconosceva in lui il divo di “Purple Rain”. Fu proprio in questo periodo, tra visite porta a porta e rifiuto delle trasfusioni di sangue, che la sua salute iniziò a declinare irreversibilmente.

La sua ossessione per la riservatezza, che lo portò a non possedere nemmeno un cellulare per timore di essere hackerato, contribuì in parte alla sua rovina. Morì senza lasciare testamento, scatenando una battaglia legale durata anni tra i suoi eredi (la sorella Tyka e i fratellastri) per il controllo di un impero del valore di oltre 150 milioni di dollari. Oggi, mentre la musica suona ancora altissima, la casella giudiziaria sulla sua morte resta inspiegabilmente aperta, seppur archiviata: sappiamo il come, ma non il chi. E forse, come amava ripetere lui stesso, il tempo è solo un trucco, e questo mistero rimarrà impresso nella storia della musica come la sua nota più dissonante.

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